"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

sabato 21 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo IX

IX
- Gulliver e i Lillipuziani -

< Annie, devo fare la pipì, esci dal bagno? >
< Penny tu devi fare pipì in continuazione! Stavolta non me la bevo, non uscirò da qui finchè non avrò finito! > risposi piccata, inforcando un laccetto e legando i capelli in una coda di cavallo.
Sbuffai.
< Annie, per favore! > mi supplicò lei da dietro la porta chiusa, zompettando avanti e indietro sul parquet con i suoi zoccoletti in legno.
< NO! > ruggii, spruzzandomi il profumo e sciogliendo di nuovo i capelli.
Non riuscivo mai a farli stare come volevo io.
Ricaddero in onde disordinate sulle spalle, dandomi un chè di selvaggio.
Sbuffai di nuovo, afferrando il fermaglio giallo con la farfalla e cercando d’incastrarci dentro qualche ciocca.
< Lo dirò alla nonna! > mi sfidò lei, sfoderando la sua miglior vocina da saputella, quella che mi scartavetrava i nervi.
Sbuffai per la terza volta, stizzita, e arraffai spazzolino e dentifricio prima di spalancare la porta, dietro cui mia sorella sfoggiava il più angelico dei suoi sorrisi.
< Mi vado a lavare i denti in cucina, contenta? >
Lei non si sprecò nemmeno a rispondermi.
Corse alle mie spalle, spingendomi con le sue manine piccole fino fuori l'uscio e si barricò dentro il bagno.
Prima di allontanarmi, alzando gli occhi al soffitto, la sentii sussurrare: < Ecco fatto Barbie! Adesso puoi spogliarti in santa pace e farti un bel bagno in piscina insieme al tuo amato Ken senza che la strega rossa ti disturbi! > e subito dopo udii lo scrosciare dell’acqua del lavandino –la piscina in questione-.
Con “la strega rossa”, ovviamente, si riferiva alla sottoscritta.
Sconsolata scesi le scale fino in cucina, chiedendomi chi avessi ucciso nella mia vita precedente per meritarmi una scimmia pestifera come Penny per sorella.
< ‘Giorno. > borbottai a mezza bocca rivolta a mia nonna, che sedeva sul divano sferruzzando con la lana come al suo solito.
Probabilmente mi stava sfornando l’ennesimo maglione di quattro taglie più grandi.
< Annie, tesoro, ti ho preparato il pranzo, è lì sul tavolo. > m’informò lei, senza staccare gli occhi dal suo modello cartaceo.
< Puoi dire per favore a Penny che la prossima volta che vuole far fare un bagno a Barbie attendesse che io sia andata a scuola? > chiesi quasi retorica, sapendo che la risposta sarebbe stata…
< Ma è solo una bambina! >
Appunto.
Che parlavo a fare?
Quella nanerottola impertinente le aveva tutte vinte col fatto che era sensibile e aveva le lacrime in tasca –il che equivaleva a trasformarsi in una fontana ambulante quando più le faceva comodo-.
Mia nonna, col passare degli anni, si era ammorbidita –forse anche un po’ troppo-. Per una cosa del genere io avrei rimediato una lavata di capo con tre insaponate e altrettanti risciacqui all’età di mia sorella.
Ma da quando i miei erano morti, Brianna Wood aveva svestito gli abiti da generale ferreo per indossare quelli dell’amabile nonnina premurosa.
Non che mi dispiacesse: alle volte quella sua trasformazione giocava anche a mio favore, dovevo ammetterlo.
Non per quello non sentivo la mancanza dei miei e Penny, nonostante fosse così piccola, lo intuiva e ne soffriva.
Perciò la sgridavo e continuavo a trattarla allo stesso modo, come prima dell’incidente d’auto: per non farle gravare addosso una colpa ed una sofferenza non sua.
Io ero forte, potevo sopportare abbastanza il dolore per entrambe.
< Ci vediamo dopo. >
Salutai la nonna con un sonoro bacio sulla guancia, agguantai un paio di biscotti, che ingurgitai con un bicchiere di latte freddo, e la cartella ed uscii, diretta a scuola.
Durante il tragitto l’unica preghiera che feci fu quella di trovare il bagno in condizioni decenti al mio ritorno –non pretendevo certo che splendesse- e non allagato come l’ultima volta altrimenti l’avrebbe pulito con la lingua, Penny, poteva giurarci!

 
***
< Annie, Annie! >
Penny entrò trafelata in casa col viso sporco di fango, reggendo in mano una carota bitorzoluta.
< C’è un uomo nudo nel nostro orto! >
< Sì e scommetto che lo scorta un manipolo di alieni verdi! > ironizzai, guardandola torva.
< Ma è vero! > s’intestardì lei, battendo furiosa i piedini per terra con gli occhi già colmi di lacrimoni.
< Penny, piantala. Non ho tempo di ascoltare le tue fantasie, devo studiare! > la rimproverai, rivolgendo di nuovo l’attenzione al mio scarno saggio breve sulla seconda guerra mondiale.
Avevo scritto sì e no dieci righe. Sospirai.
< Ma perché non mi credi mai? > sbottò lei, avvicinandomisi e strattonandomi la manica.
< La sai la storiella della pecorella che gridava ‘Al lupo, al lupo!’, no? Dici troppe bugie tu ed è difficile crederti quelle rare volte in cui dici la verità! >
< Ma stavolta devi farlo! Vieni a vedere! Dai Annie, vieni a vedere! >
< Penelope Wood spero proprio per te che sia vero oppure fino a quando non rientrerà la nonna ti chiuderò nello sgabuzzino al buio in punizione! > la minacciai, agitandole un dito sotto il naso che non la spaventò minimamente.
Mi tirò ancora per la manica e mi convinse a seguirla fino sul retro del nostro cottage, dove, per l’appunto, avevamo un orto.
Penny si divertiva da matti a giocare in mezzo alla terra, facendo torte di fango ed io alla sua età facevo altrettanto.
Quando si è piccoli si vede tutto da un’altra prospettiva e perfino un pomodoro può diventare un compagno di giochi fantastico se si aveva un decimo della fantasia che aveva mia sorella.
Reggendo sempre in mano la sua fedele carota, mi condusse al limitare del terreno fertile dove crescevano gli alberi da frutto e dove il sole era meno cocente, per via delle fronde che riparavano dalla calura.
< Penny non c’è niente qui! > le feci notare spazientita, osservando con disappunto la mia bella camicetta candida macchiata di fango.
< Eccolo! Eccolo è lì, lo vedi? > esultò lei, indicandomi la figura di un ragazzo riverso a terra prono.
< Oh, per la miseria! > esclamai sconvolta, coprendole gli occhi innocenti.
< Torna a casa e prendi qualcosa dei vecchi abiti di papà. > le ordinai, indirizzandola dalla parte giusta senza scoprirle gli occhi finchè non ebbe dato le spalle allo sconosciuto.
Mentre mia sorella correva in casa saltellando e canticchiando qualcosa come < Ho fatto una buona azione. Sono una brava bambina! > io mi avvicinai cauta al ragazzo.
Come diavolo aveva fatto a finire lì?
Che fosse morto?
E perché era nudo?
Brandii il rastrello, che si trovava appoggiato al melo, e lo aggirai, accucciandomi di fronte il suo viso.
Poteva essere pericoloso, in fondo.
Però, aveva dei bei lineamenti, constatai con sorpresa.
Pelle olivastra, capelli neri e folti -un po’ troppo lunghi per i miei gusti- naso dritto, barba incolta e bocca generosa.
Arrossii come se fosse stato lui a sottoporre me allo stesso attento esame.
Aveva gli occhi chiusi perciò non potevo vederne il colore, ma chissà perché ipotizzai fossero due pozze scure, nere come la pece.
Feci vagare lo sguardo sul suo corpo nudo ed arrossi ancor di più notando che era fornito di un paio di spalle ampie e muscolose, braccia scolpite, gambe tornite…ed un sedere niente male.
< Annie, questi vanno bene? > mia sorella era già tornata e agitava in aria una vecchia tuta di mio padre come un trofeo.
Poverina, chissà che fatica aveva fatto ad acchiapparla dall’ultimo ripiano dell’armadio, dove avevamo ammassato tutta la roba dei miei, dopo la loro morte.
< Suppongo di si. > la rassicurai, correndole incontro e coprendo così con la mia figura il corpo del ragazzo svenuto, che doveva avere più o meno una ventina d’anni.
< Ma non lo svegli? Chissà come deve essere affamato! Signor Rota, che ne dice? Vuole sacrificarsi e fare da pranzo allo straniero senza vestiti? > domandò lei con faccia seria, rivolgendosi alla carota.
Dio mio, che male avevo fatto?
Forse mia sorella più che avere molta fantasia stava manifestando i primi sintomi di una pazzia latente.
< Entra in casa e datti una lavata, poi penseremo al cibo. Io intanto sveglio questo qui. > le dissi, indicandole con la testa lo sconosciuto privo di sensi alle mie spalle.
Penny sorrise contenta e se ne andò allegra, fischiettando, mentre io, raccogliendo un coraggio che non avevo, mi avvicinai di nuovo allo straniero.
Diamine, doveva essere alto due metri! I pantaloni di papà gli sarebbero arrivati a malapena al ginocchio!
E poi aveva delle mani enormi! Se si fosse svegliato con delle brutte intenzioni mi avrebbe steso con una carezza!
Gli toccai con l’indice una spalla, su cui spuntava un bizzarro tatuaggio tribale –era un lupo quello che intravedevo tra le linee intrecciate del disegno?- e la ritrassi quasi spaventata.
Quel ragazzo aveva la febbre!
Per accertarmene gli posi una mano sulla fronte e quasi mi bruciai.
Dovevo far qualcosa, dovevo coprirlo, portarlo al chiuso e medicarlo!
Sì, ok, ma come me la incollavo quella mole di muscoli fin dentro casa? E poi avrei dovuto girarlo e avrei visto il suo…
Deglutii a vuoto, impanicata.
Che dovevo fare? Aspettare la nonna?
< ...ells... > lo sconosciuto biascicò qualcosa nel sonno, crucciando il viso in una smorfia sofferente.
Mi faceva una gran pena. Probabilmente delirava a causa della febbre alta.
Provai a scuoterlo per risvegliarlo e, al quinto tentativo, lui aprì gli occhi.
Il primo pensiero che ebbi, quando mi guardò, era che avevo avuto ragione: due buchi neri, in cui venni risucchiata, mi fissavano spaesati
Il secondo fu che nel complesso quel ragazzo era di una bellezza stupefacente, abbagliante.
Aprii la bocca per parlare ma le parole mi fuggirono dalle labbra e così rimasi a fissarlo imbambolata in una posa simile a “L’urlo di Munch”.
-Ottima impressione, Annie!-
< Chi…sei? > riuscii ad articolare dopo un paio di minuti, durante i quali lui si era sollevato sulle forti braccia e aveva studiato la situazione, palesemente stupito e forse stordito. Poi aveva storto il viso in una smorfia e si era riappoggiato a terra per nascondere la sua nudità.
Gli tesi i pantaloni della tuta di papà e mi voltai dalla parte opposta mentre si rivestiva in fretta ed in silenzio.
Quando ebbe finito si accucciò alla mia altezza –era mastodontico, Dio santo!- e reclinò la testa di lato con uno sguardo curioso, come quello che aveva Penny quando mi tempestava con i suoi mille perché sul mondo.
< Chi sei e che ci facevi riverso a terra come un morto? > mi sforzai di chiedergli, arretrando fino a trovarmi con la schiena contro il tronco dell’albero alle mie spalle.
< E tu chi sei? Dove ci troviamo? > la sua voce era calda e dolce, come una cucchiaiata di miele.
Avvampai.
< Parque Natural Ria Lagartos. > risposi in spagnolo, sovrappensiero.
< Ah. Siamo in Messico, allora. > intuì il bel ragazzo.
Annuii in automatico.
Non sapevo perché ma non avvertivo una vera e propria minaccia provenire da lui. Più che altro mi sentivo una gazzella di fronte ad un leone famelico.
No, forse un lupo gli si addiceva di più.
Sì, decisi. Quel ragazzo aveva decisamente l’aria selvaggia del lupo.
< Come ti chiami? > domandò ancora lui.
< Annabelle Wood. > dichiarai con orgoglio, cercando di distogliere gli occhi dai suoi, che sembravano esercitare una forza magnetica.
< E tu? > mi costrinsi a domandargli, recuperando un po’ di lucidità.
< Jacob Black. >
Jacob, sì, gli si addiceva come nome. Gli calzava a pennello, al contrario di quei pantaloni che gli stavano strettissimi.
Mi alzai incerta in piedi, reggendomi alla corteccia dell’albero.
Mi sentivo destabilizzata, ubriaca –anche se non avevo mai bevuto tanto da prendermi una sbornia- senza motivo. Forse avevo preso un’insolazione.
Quando Jacob si alzò, soverchiandomi con la sua altezza, capii come doveva essersi sentito un lillipuziano di fronte Gulliver. Gli arrivavo al petto, cavolo! –magnificamente scolpito tra l’altro, come anche l’addome, che metteva in bella mostra una tartaruga da capogiro-.
Scrutai il suo viso giovane dal basso, cercando di leggere il suo sguardo e intuire se era prudente accoglierlo in casa.
D’un tratto le goccioline di sudore che gli correvano lungo le tempie attirarono la mia attenzione.
< Oddio! Tu hai un febbrone da cavallo, me ne ero scordata! Vieni con me, bisogna assolutamente curarti! > asserii risoluta, acchiappandolo per un polso e trascinandomelo dietro, fin dentro casa.


< Signor Rota, per fortuna che lo straniero senza vestiti non va matto per gli ortaggi, altrimenti avrebbe fatto fuori la tua famiglia intera! > bisbigliò Penny, coprendosi la bocca con la mano, alla sua fedele ed inseparabile carota, a cui aveva messo anche un berrettino di lana, fattole dalla nonna.
Non potevo darle torto, però: Jacob si era spazzolato da solo la quantità di cibo che io, mia sorella e la nonna mangiavamo in una settimana.
< Allora, ragazzo, come sei finito nudo nel nostro orto? > mia nonna si rivolse a lui, comodamente stravaccato su una sedia dal lato opposto del tavolo rispetto a lei.
Lo soppesò con i suoi occhietti piccoli, nascosti dalle lenti spesse degli occhialetti a mezzaluna ed assunse un’espressione sorniona.
- Poveraccio – pensai sconsolata, asciugando una pentola di rame.
Conoscendo mia nonna gli sarebbe toccato sorbirsi un interrogatorio in piena regola.
< Io…veramente non lo so. > rispose Jacob, dopo qualche attimo di esitazione.
< Di dove sei? >
< Di La Push, un'area della Contea di Clallam, nello stato di Washington. > dichiarò atono, come se si fosse impresso a mente quella definizione da Wikipedia.
< E cosa ci fai in Messico ? > mia nonna arcuò le folte sopracciglia bianche e assottigliò lo sguardo per sondare meglio le reazioni del nostro ospite ad ogni nuova domanda.
L’avrebbe spremuto come un limone se non fossi intervenuta.
Sbuffai ed alzai gli occhi al cielo.
< Nonna, dai, lascialo stare. > m’intromisi, rivolgendole un’occhiata torva.
Non capivo il motivo per cui lo facevo ma mi sentivo in dovere di proteggerlo.
Il suo sguardo era così immensamente triste da farmi venire voglia di abbracciarlo e difenderlo dalle brutture del mondo...anche se uno scricciolo come me poteva fare ben poco per un energumeno di due metri.
- Piantala, Annie. Comportati in modo serio e smettila di fare certi pensieri! -
< Fiiiiiiiico! > esclamò di colpo mia sorella, avvicinandosi al braccio di Jacob e sollevandosi sulle punte per vedere meglio il tatuaggio < Nonnina, posso farlo anche io? > chiese con i suoi occhioni teneri.
< Penny, smettila! > la sgridai, rivolgendo la mia attenzione di nuovo verso quello sconosciuto che, con la sua mole, sembrava occupare interamente la nostra cucina.
< Sei sicuro di sentirti bene? > gli domandai poi con una voce che risultò più preoccupata di quanto non volessi.
Quanto lo avevo toccato era febbricitante senza ombra di dubbio: se gli avessi messo un uovo in fronte si sarebbe cotto all’istante.
Eppure Jacob sembrava fresco come una rosa, ora che si era riempito lo stomaco. Scoppiava di salute, per la miseria!
< Sì. > asserì con indifferenza, facendo vagare lo sguardo per la nostra cucina, soffermandosi un po’ troppo sulle crepe nel muro dietro la cappa e sulle assi del soffitto un po’ ammuffite.
Arrossii e cercai di distrarlo con l’ennesimo piatto di biscotti fatti in casa.
Odiavo quando le persone trovavano dei difetti in casa nostra. Sapevo che non era una reggia, ma io l’adoravo così com’era…certo magari quelle travi andavano proprio sostituite e il muro ritinteggiato…
< Nonna, mi è simpatico e poi è bello. Lo facciamo restare qui così si fidanza con Annie? >
Ci mancò poco che mi strozzassi con la saliva.
Quella marmocchia non era proprio capace di tenere la bocca chiusa?
Mia madre e mio padre non dovevano essersi concentrati molto quando l’avevano concepita: era del tutto priva di sanità mentale!
Incurante dello sguardo sbigottito del nostro ospite e di quello rassegnato della nonna, presi la spugna insaponata e rincorsi Penny attorno al tavolo, finchè non la raggiunsi e la sollevai tra le braccia, minacciandola con la mia arma improvvisata.
Mia sorella rideva di cuore, facendo comparire delle fossette deliziose sulle sue guance paffute, e scalciando come un cavallo imbizzarrito con quelle sue gambette tozze fasciate dai miei calzini a righe che le stavano tre volte.
Le sporcai un po’ il naso e poi la rimisi a terra, vergognandomi subito dopo della reazione infantile che avevo avuto.
< Non voglio disturbare. Sono solo di passaggio. > Jacob si alzò rapido, quasi sbattendo la testa contro il lampadario.
< Dove te ne andrai, ragazzo? > mia nonna continuava a fissarlo tenacemente. Non mi piaceva il suo sguardo.
Lo conoscevo fin troppo bene: era quello che aveva quando macchinava qualcosa…e solitamente quel qualcosa era sinonimo di guai per la sottoscritta.
< Un po’ qui, un po’ lì… > buttò lì lui, restando sul vago.
I suoi occhi mi fissavano insistenti ed io, ovviamente, arrossii ancora finchè la pelle del viso e del collo non assunse la stessa tonalità dei miei capelli.
Non mi piaceva il modo invadente con cui mi osservava.
O meglio mi piaceva un po’ troppo e quello poteva diventare un problema.
Meglio, dunque, che se ne andasse.
Non avevamo certo bisogno di altri problemi!
< Non vai a casa? > gli chiese Penny con innocenza, agitando la sua carota.
Jacob si chinò per riuscire a guardarla negli occhi e le scompigliò i rossi capelli corti.
< No, piccolina. > Per tutta risposta mia sorella curvò la sua boccuccia all’ingiù, mogia < Mi sei simpatica anche tu, comunque > la rassicurò lui, pizzicandole una guanciotta.
< Nonna, lo teniamo con noi? >
< Penny, sembra che tu stia riferendo ad un cane randagio! > sbottai esasperata.
Non era minimamente concepibile che quel gigante venisse a stare da noi.
Dietro quella sua faccia da schiaffi poteva benissimo nascondersi un serial killer o un ladro.
No, assolutamente non se ne parlava.
La nonna si era ammorbidita, certo, ma non rincitrullita fino al punto d’accogliere uno straniero in casa.
Tornando a respirare, un po’ più tranquilla, presi una ciotola di porcellana dall’asciugapiatti, diretta verso la credenza.
< Se a Jacob fa piacere può restare. >
La scodella mi cadde di mano con un fragoroso schianto.
Mi voltai sconvolta verso mia nonna e le trovai un sorriso soddisfatto stampato in faccia.
Lo sapevo: Penny doveva aver di nuovo giocato con le sue medicine e averle fatto così sorbire un cocktail di morfina e chissà cos’altro che le aveva arrostito tutti i neuroni sani che le erano rimasti in testa.
< No. Davvero non posso accettare > si scusò lui < Grazie per l’ospitalità >
Si avviò verso la porta, che raggiunse in due falcate, e se ne andò senza tanti complimenti, lasciandomi impalata in mezzo ai cocci a chiedermi perché mi sentissi così…abbandonata.
***
Va' via, Jacob.
Non farti incantare da quei suoi boccoli ramati, sparsi disordinatamente sul cuscino, dipinti dell'argento della Luna; da quelle labbra rosse leggermente schiuse; da quella pelle eterea cosparsa di lentiggini e da quegl'occhi grandi di un grigio plumbeo.
E' pericolosa.

 
Mi avvicinai silenzioso al suo letto, ipnotizzato dal suo respiro lento e regolare.
In curante degli avvertimenti di quel rompipalle del mio cervello protesi le dita verso la sua bocca.
Sembrava la Bella Addormentata in attesa del bacio del principe che l'avrebbe svegliata dal suo lungo sonno.
Aveva un qualcosa che mi inchiodava lì, al mio posto, ma non avrei saputo dire precisamente cosa.
Aveva un retrogusto dolorosamente familiare.
Sentivo che sarei dovuto fuggire a gambe levate, poiché da quel qualcosa ero già scappato una volta, eppure non lo feci.
Restarle accanto era una tentazione atroce ed irresistibile al contempo, come quando ti ferisci l'interno della guancia ma non puoi fare a meno di passarci sopra la lingua nonostante bruci.
Masochista, ecco cos'ero.


Vattene, Jacob.
Sei ancora in tempo.


Tesi le orecchie per cogliere un sospiro di Penny, addormentata profondamente dal lato opposto della stanza, avviluppata nelle lenzuola come un involtino, e scostai una ciocca dei capelli di Annie lontano dalla sua guancia.
Per quanto fosse bella e all'apparenza incredibilmente fragile aveva un cuore forte ed un dolore grande che non mostrava mai.
Io ero riuscito a coglierlo dietro quelle iridi chiare e taglienti come l'acciaio soltanto perchè me ne portavo dietro uno simile.
Sembrava essersi circondata di sistemi di difesa e protezione che impedivano a chiunque di avvicinarsi.
Ecco un altro valido motivo per andare.
Annabelle, Penelope e Brianna Wood erano donne dalla tempra tenace e solida e non avevano bisogno che uno come me sconvolgesse le loro vite.
Io ero portatore di guai e casini e dovevo star loro alla larga...soprattutto da Annie e da quel suo sorriso dolce e genuino che mi aveva mandato in panne il cervello solo poche ore prima perchè fottutamente simile a quello di una bambina pallida dalle ginocchia sbucciate che giocava sulla sabbia a First Beach insieme a me anni prima.


Ascolta il battito ritmico dei loro cuori sereni.
Qui non c'è posto per il tuo infranto.


Penny si rigirò nel letto, facendo cadere a terra la Barbie nuda che aveva accanto, mentre Annie mugugnò qualcosa nel sonno e protese le braccia verso di me, arraffando la mia testa e stringendosela al seno, come fosse un orsacchiotto.
Merda.
Ero stato lupo così a lungo che avevo dimenticato cosa significasse essere uomo e provare quegli istinti primordiali che sentivo, invece, risvegliarsi ora che il dolce profumo al lampone di Annie mi solleticava le narici.
Avvertii un insolito prurito alle mani e le strinsi a pugno, impedendomi di accarezzarla.
Stavo andando già troppo oltre così.
Dovevo darmi una regolata, cazzo!


Corri, Jacob, lontano da questa casa.
Non hai bisogno di un rimpiazzo.
Questa ragazza non sarà mai...LEI.


Cercai di districarmi dalla sua presa, ma era così confortante il suo abbraccio che chiusi gli occhi e mi lasciai cullare per un po', crogiolandomi nell'illusione che quelle che mi tenevano fossero un altro paio di braccia.
Braccia che probabilmente stavano tenendo stretto un corpo ghiacciato.
Digrignai i denti, scacciando con rabbia quel pensiero non richiesto della mia mente.
In quel momento non mi importava che la nonna di Annie avrebbe potuto irrompere nella stanza con la polizia e l'esercito al completo. Volevo solo far smettere di sanguinare il mio animo per qualche istante ed il respiro regolare delle sorelle Wood, unito alla tranquillità che le mura di quella casa trasudavano, sembravano proprio fare al caso mio.


Dove sei ora?
Cosa stai facendo?
Vaffanculo, Jacob.
Non la pensare.


Scivolai via dal calore dell'abbraccio di Annie con riluttanza dopo pochi minuti, rivolgendole le spalle per dedicare la mia attenzione alla Luna, che dal cielo esercitava il suo richiamo sul mio corpo.
Sarei voluto restare ed allo stesso tempo già sapevo che non l’avrei fatto.
Ero piombato per sbaglio nella loro proprietà, sottoponendo il mio corpo ad uno sforzo estremo -che mi aveva fatto perdere i sensi e tornare umano-, e quindi era giusto che mi defilassi di corsa, così come ero accidentalmente arrivato.
Il lupo mi aiutava a non impazzire, ne sentivo l'esigenza. Leniva il mio dolore, facendomi guidare da un istinto animale che necessitava di poche cose.
Dovevo trasformarmi, subito.
Il bisogno era impellente e mi ardeva dentro.
< Jacob? > una voce assonnata richiamò la mia attenzione.
Avevo avvertito distintamente il suo corpo uscire dal sonno ma non ero fuggito come avrei dovuto.
Magari mi avrebbe scambiato per un sogno e si sarebbe presto riaddormentata...e se, per una sola volta nella vita, m'avesse detto culo avrei anche visto di nuovo quel suo sorriso mozzafiato.
Stavo diventando egoista come...LEI, cazzo.
Ecco cosa ne avevo ricavato io da quella storia: cicatrici e chiusura ermetica del cuore.
Tanto ormai non c'era più spazio per nessun'altra.
< Dormi, Annie. > le sussurrai, accarezzandole la testa con dolcezza.
Inutile.
Non era una bambina: aveva una mente acuta ed intelligente.
Sbattè le palpebre un paio di volte e subito fu sveglia ed attiva, tanto che quasi mi sembrava di vedere il suo cervello elaborare decine di versioni che spiegassero la mia presenza lì.
Se un altro del branco si fosse trovato al mio posto sarebbe scomparso nel buio della notte saltando agilmente dalla stessa finestra aperta da cui ero entrato, ma io non ero altrettanto furbo.
Ero il solito coglione autolesionista.
Mi aggrappavo a quel po' di LEI che Annie aveva inconsciamente in sè, fregandomene di quanto dolore avrei patito successivamente.
Se prestavo attenzione potevo già avvertire il rumore secco degli squarci che mi si riaprivano in petto.
< Come sei entrato? Che ci fai qui? Cosa vuoi? > domandò a raffica, indietreggiando tra le coperte fino a ritrovarsi con le spalle al muro.
Lanciò occhiate preoccupate alla sorellina, ancora addormentata profondamente, e poi riportò lo sguardo su di me, assottigliando gli occhi.
< In realtò sono Superman e sono volato fin quassù. > le rivelai, facendole l'occhiolino.
< Non vedo nessuna S sul tuo petto, supereroe dei mie stivali. > ribattè acida, sondando la stanza alla ricerca di un'arma con cui difendersi da me.


Cazzo, Jacob, basta!
Vattene.
ORA.


< Touchè. > ammisi con un mezzo sorriso.
< Come sei entrato? > ripetè dura.
I suoi occhi erano lastre di acciaio impenetrabile ed io non ero più così forte da riuscire a piegarle.
Ero solo lo scarto umano di Jacob; un cadavere che camminava.
< Sono agile, mi sono arrampicato. > risposi, optando per una mezza verità.
< E bugiardo anche. Come sei entrato, Jacob Black? Chi sei veramente? >
< Non posso dirtelo, Annabelle. >
< E' per colpa di questo segreto che sei così triste? > mi chiese d'improvviso, arrossendo subito dopo, pentendosi della sua impertinenza.
< Scusa. > borbottò quindi, chinando lo sguardo.


Smettila di guardarla così, Jacob.
Alza il culo e dileguati.


< Fa niente. Stai reagendo anche troppo bene per essere una che si è svegliata in piena notte con uno sconosciuto in camera. > ironizzai con un'alzata di spalle, deviando il discorso su binari più sicuri.
< Sono abituata a ben altro. Posso fidarmi di te? > domandò quindi, sporgendosi sul letto per scrutare meglio i miei occhi stanchi.
Dovevo tranciare di netto quel sottile legame che stava unendoci ora, prima che fosse troppo tardi.
Non potevo permettermi di affezionarmi a qualcuno che sapevo già avrei abbandonato presto o tardi.
Ma le cesoie erano così pesanti ed io così sfinito...
Scossi la testa < Sono la persona meno raccomandabile in cui tu potessi imbatterti >
< Mmm non credo. Hai risparmiato il signor Rota, direi che sei un tipo a posto. > sorrise.
Nella semioscurità che permeava la stanza i suoi denti baluginarono, risplendendo al chiarore della Luna che filtrava dalla finestra.
Aveva un sorriso incantevole e tenero, che mi spaccò il cuore e stritolò lo stomaco.
Sarei dovuto fuggire di corsa, il più possibile lontano, eppure non lo feci.
Egoisticamente decisi su due piedi che avrei preso tutta la genuinità di Annie e me ne sarei cibato, come la bestia affamata che ero stato fino a quel momento.
Sperai solo di non ferirla.
Non troppo, almeno.
Sei contenta?
Sarò uguale a te.
Ti odio.
Ti odio!
Vaffanculo!
Ti amo!
 


< Che profumino, Annie! Io e il signor Rota siamo affamatissimi! Che c'è per colazio...JACOB! >
La piccola Penny non finì la frase.
Mi corse incontro gridando a squarciagola, mi saltò in braccio e si avvinghiò al mio collo affettuosa.
Il suo acuto quasi mi spaccò i timpani.
La sollevai in aria senza sforzo e la feci volteggiare, ottenendo in cambio risolini e grida entusiaste.
Era strano, per me.
Non credevo di essere il tipo che suscitava simpatia nelle bambine, ma la gioia con cui mi accolse quello scricciolo dai capelli rossi mi scatenò dentro una di tenerezza del tutto inaspettata.
Avevo soppresso i miei sentimenti con un rullo compressore e il fatto che a farli riemergere fosse proprio una bambina mi sorprese.
< Oh bene, vedo che il nostro ospite ha riconsiderato l'offerta. >
Brianna Wood entrò in cucina con un sorriso compiaciuto, che le toglieva dieci anni d’età dal viso rugoso, ed io mi domandai se in qualche modo non si fosse aspettata il mio ritorno.
Quella donna, secondo me, sapeva più di quanto non desse a vedere.
Si sedette a tavola con inaspettata agilità e, dopo che anche Annie si fu unita a noi, portando la colazione per tutti, esclamò a gran voce < Benvenuto in famiglia, ragazzo! >
Abbozzai un sorriso.
Forse, dopotutto, potevo godermi il calore di quello strampalato trio femminile per un po’, senza ferire nessuno.
O forse potevo darci un taglio e smetterla di prendermi per il culo: chiunque io avessi guardato, d’ora in avanti, sarebbe sempre stata inferiore a LEI e me l'avrebbe in qualche modo ricordata.
Chiusi gli occhi, masticando il mio toast che sapeva di segatura.
Annie era di sicuro un’ottima cuoca, ma persino i sapori erano avvelenati dalla visione di LEI che si faceva possedere violentemente dal succhiasangue, uscendone livida e con le ossa rotte.
Era diventato il mio incubo ricorrente, quello. Ce l'avevo davanti gli occhi anche quando ero sveglio.
Un conato di vomito mi salì in gola.
Mi alzai di scatto, spaventando Penny, che mi fissò con i suoi occhioni sgranati, facendomi sentire in colpa.
< Vado ad innaffiare l’orto. > mi giustificai, scrollando la testa come a tentare di far uscire quell’immagine disgustosa dal cervello.
Brianna Wood assentì silenziosa, ma i suoi occhi penetranti rimasero puntati sulla mia schiena finchè non mi sbattei la porta alle spalle.
Dovevo darmi da fare.
Tenere il corpo impegnato mi avrebbe aiutato a distrarmi ed in più dovevo ripagarle in qualche modo dell'ospitalità.
Afferrai il tubo sporco e, mentre l’acqua bagnava le pianticelle appena nate di basilico, sollevai gli occhi al cielo.
-Bells, com’è il tempo lì nell’Eden privato in cui ti ha portato il ghiacciolo?
Oh, si, lo so dove sei. Ho origliato le conversazioni di Billy e Charlie, al quale Renèe non ha risparmiato nemmeno un dettaglio.
So perfino quanti fili d'erba ci sono sull'isola Esme.
Sono stra-sicuro che non ti sei portata la crema solare.
Ti arrostirai come un'aragosta ed io ti prenderò in giro al tuo ritorno.
Fa troppo caldo per te, vero?
Ti starai squagliando e le zanzare t’avranno prosciugato tutto il sangue in corpo, aiutando lui a resistere alla tentazione di…
No, lascia stare, fa’ finta che non abbia detto nulla.
Ricomincio, ok? Ti ho promesso che avrei fatto il bravo.
Bells, come va?
C’è il sole lì da te? Piove?
Sono sicuro che ti starai infradiciando come un pulcino. Ti beccherai un raffreddore da cavallo e quando ci rivedremo non farai che starnutirmi in faccia.
Per ogni aspirina che ti costringerò a sorbire ti levo almeno cinque anni. Fa’ tu i conti. Come al solito, vinco io.
Io…non lo so dove sono.
Ho corso. Ho corso talmente tanto da consumarmi i tendini delle zampe.
Ridi se vuoi. Mi sono risvegliato nudo in mezzo a pomodori e cavoli.
Sì, lo so, è surreale, ma noi siamo abituati a ben altro, no?
Sei già tornata a Forks? Quanto tempo è passato?
Mi sono perso qualcosa?
Avevi promesso che ci sarebbero stati altri giorni insieme prima che…che…
Dimmi che hai mantenuto quella promessa. Per favore, ho BISOGNO di sentirtelo dire.
Non ce la faccio, CAZZO, Bells, non ce la faccio!
Ci sto provando. Non faccio che ripetermelo che dovrei tornare ma se poi non ti trovassi io…
Se ti sei fatta ammazzare io…

Fanculo, piantala di ridere. Non riesco nemmeno a concludere la frase.
Mi viene voglia di spaccare tutto alla sola idea.
Sono diventato pazzo. Ti sto parlando come se tu potessi sentirmi.
Dovrebbero rinchiudermi e tu mi verresti a trov… -

< Jacob? >
< Bells! >
< Uhm…non mi piace come soprannome. Preferisco Annie, scusa. Comunque non volevo distrarti…sembravi molto…uhm…concentrato. Volevo solo consigliarti di non annacquare quei poveri cetrioli, ok? > sorrise e si buttò lo zaino in spalla, dileguandosi in fretta, lasciandosi dietro una scia di lampone e limone.
Annuii in automatico, ancora stordito, anche se lei non poteva più vedermi, e spostai il tubo dalla pozza che avevo formato sovrappensiero.
-Coglione!-
Non solo per sbaglio avevo chiamato Annabelle con un soprannome che non le apparteneva, ma avevo anche fatto una figuraccia.
Mi passai una mano sul viso, ricordandomi troppo tardi che era sporca di fango.
Imprecai a denti stretti.
C’ero cascato di nuovo. Ci cascavo in continuazione.
Ero tornato a pensare a lei, a farmi male, a passare ancora la lingua sulla ferita che pizzicava.
Probabilmente non avrei mai smesso.
Ero un caso senza speranza -Embry e Quil me lo avevano ripetuto fino alla nausea- e, purtroppo per me, non c’era medicina che potesse curarmi.

1 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

Un capitolo tutto per me? mi sento emozionata davvero… Grazie tesoro mio.

Cosa posso dirti? I motivi per cui amo Annie? Ti ho già detto una volta che tu dai il meglio con i personaggi nuovi, li descrivi bene e con poche parole. E Annie… mi è entrata dentro già dalle prime righe. Con la solita corsa quotidiana per il bagno, con quel battibecco con la sorellina che già però si capisce quanto ami. Con il suo volto solare, con il suo modo di fare che cerca sempre di razionalizzare. Così come quando vede per la prima volta Jacob. Qualsiasi persona avrebbe chiamato la polizia e successivamente il manicomio lei no, lei non si scompone, lo guarda si chiede chi è che faccia lì, ma lo vuole aiutare. Lei e Jacob li vedo molto simili , in tante cose. E in questo momento è davvero sano per lui avere qualcuno così vicino. Non so ancora in modo , ma si capisce che si avvicineranno, è inevitabile con i loro caratteri.

Annie è tutto quello che non è Bella, e forse tutto quello che serve a Jacob in questo omento. Perché no, lui non troverà mai nessuno come lei ma forse una parentesi di normalità, di vita nuova, serve anche a lui. ha vissuto l’ultimo anno su una scala russa emozionale , tale o forse peggiore di Bella ecco perché non ci vedo egoismo nella sua scelta di rimanere, nella sua scelte di per una volta, di mettere davanti i suoi bisogni a quegli degli altri, vuole smettere di soffrire per quando possa farlo ed è giusto , è umano. Ha solo 17 anni e non gli hai mai vissuti.

E poi nella lettera. Credo che tu abbia superato le tue difficoltà nel fare parlare Jake. Nella lettera c’è tutto di lui. tutto quello che è, tutto quello che sente.

“Per ogni aspirina che ti costringerò a sorbire ti levo almeno cinque anni. Fa’ tu i conti. Come al solito, vinco io.” Questo è il nostro Jake, è lui, è quello che amo, con i loro giochi, i loro scherzi le loro risate.

Davvero bello questo capitolo.

Posta un commento