"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

sabato 21 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XII

XII
- Cadavere senza testa -
< Pronto? >
< ... >
< Jacob? Jacob, sei tu? Parlami! >
< ...Ciao pà'. >
< Dove sei? Stai bene? >
< Io... sì, me la cavo, non ti preoccupare. >
< Lo so che sei in gamba ma... >
< NO. Non torno...non ancora. >
< Ma Jacob...Lei non... >
< Devo andare. Ciao pà, ci ved... ci sent...Ciao. >

Sei un codardo, Jacob Black.
Un fottuto vigliacco.
Cos'è non vuoi sentire i dettagli delle sue meravigliose nozze?
Non vuoi sapere della sua entusiasmante luna di miele di cui sicuramente Charlie avrà raccontato anche le virgole a Billy?
Porca puttana, magari s'è pure fatta ammazzare dalle luride mani morte del succhiasangue e tu ti sei negato la possibilità di saperlo!
Idiota!
Se fosse così, quando prima o poi rimetterai piede a La Push-perchè tanto lo farai-, la sua assenza ti annienterà peggio della sua trasformazione.
E a quel punto che cazzo ti resterebbe di lei?
I ricordi?
Belli si, ma un po' inconcreti, non trovi?
Devi cominciare a convivere con l'idea con la vedrai mai più inciampare nel tuo garage; sedere su quel tronco bianco a First Beach con un mezzo sorriso sulle labbra, persa nella contemplazione della risacca dell'oceano; chiacchierare con Billy, attendendo con ansia il tuo ritorno dalla ronda; aggrapparsi a te con disperazione, pregandoti di tenerla insieme mentre cade a pezzi...
Sai che c'è un'unica cosa da fare, no?
Su, tira fuori le palle, muovi il culo, schiodati dalla riserva in cui ti trovi e va’ ad affrontarla a viso aperto...qualsiasi colore avranno i suoi occhi.
In alternativa puoi sempre andare a rendere omaggio alla sua tomba.

***

< Jake, ragazzo mio, sei una manna dal cielo. >
Mia nonna entrò in casa gongolando soddisfatta e reggendo tra le ossuta dita un sacco della spesa traboccante di cibarie, che il nostro ospite avrebbe sicuramente fatto sparire in mezza giornata.
Versai i cornflakes nel latte e preparai una scodella anche per Penny, chiedendomi il motivo di tanti complimenti.
Il nostro nuovo tuttofare salutò la nonna con una mano da sotto il lavandino, dove stava riparando lo scarico con un assordante clangore di metallo, senza tuttavia sgusciare fuori.
Sollevai gli occhi dalla mia colazione e guardai entrambi interrogativa.
< Che mi sono persa? > chiesi curiosa, compiendo uno sforzo sovrumano per distogliere lo sguardo dai muscoli delle braccia di Jacob in tensione.
Nonostante gli avessimo rimediato un guardaroba di vestiti alquanto fornito, lui andava in giro quasi sempre a petto nudo.
Ok, non nevicava fuori e non si gelava, ma andavamo verso l'autunno, cavolo, non era il caso di coprirsi un po'?
Quel suo sfoggiare candidamente i pettorali scolpiti non faceva bene alla mia sanità mentale.
Deglutii e tornai a contemplare la mia tazza in cui i cereali galleggiavano ammollati, rimproverandomi per la centesima volta della mia leggerezza.
Diavolo, non era certo il primo bel ragazzo che vedevo, eppure ogni volta che ne avevo l'occasione lo fissavo sfacciatamente, senza ritegno, attirata da quel fisico scultoreo come se fossi stata un pezzo di ferro e lui un potente magnete.
Jacob Black aveva qualcosa di straordinario.
Un qualcosa fuori dal comune, che però ancora non riuscivo a inquadrare bene.
I suoi occhi sembravano gridare sia "pericolo!" che "salvami!" allo stesso tempo, il che era, purtroppo per me, una potente miscela esplosiva.
< Questo giovanotto... > "Giovanotto" per Brianna Wood era sinonimo di bravo ragazzo; un appellativo che non aveva mai affibbiato a nessuno dei miei fidanzati, per esempio. < ...ha riparato il nostro vecchio macinino, Annie! Non si lamenta più come un anziano con l'artrosi! >
Mia nonna posò la spesa sul tavolo e lanciò occhiate soddisfatte al nostro idraulico improvvisato, che uscì da sotto il lavello in quel momento pulendosi le grandi mani con uno straccio unto.
< Me la cavo con i motori. E' stata una robetta da niente e poi avevo già messo mano su uno Chevy come il vostro. > sentenziò con un'alzata di spalle modesta ed un mezzo sorrisetto, che si ombrò subito.
Quel ragazzo dal corpo grande e grosso sembrava incapace di ridere davvero, di cuore, realizzai stupita.
Avevo l'impressione che sorridesse solo di circostanza, solo per abitudine, solo per cortesia.
Aveva perso la voglia di sorridere? Chi gliel'aveva tolta?
E, soprattutto, che me ne fregava?
Mi alzai di scatto, passandogli accanto e sfiorandolo per sbaglio.
Rabbrividii al contatto con la sua pelle bollente.
Sembrava avere una febbre perenne, eppure stava benone.
- Quanti segreti nascondi, Jacob Black? - mi ritrovai a chiedermi.
Tanti, a giudicare dalle sue iridi profonde ed illeggibili, forse troppi per una provinciale come me.
Avrei dovuto tenere a freno quella curiosità sul suo conto...e anche quegli istinti inappropriati di passare le mani sul petto sudato che esibiva in quel momento.
Dovevo tenermene alla larga il più possibile.
D'ora in avanti, ogni volta che mi fosse passato per la testa un pensiero "bizzarro" del tutto fuoriluogo, avrei pensato a qualcosa di terribilmente pauroso, che mi avrebbe fatto ritrarre.
Qualcosa come....uhm...che so, un cadavere decapitato come quello del film horror visto la sera prima a casa di Monica.
Si, perfetto. Avrebbe funzionato!

< Serve una mano? >
< No, gracias, Jake. > risposi in spagnolo, sovrappensiero.
< Che cucini di buono? Ho fame! > mi si avvicinò, mentre univo le uova alla farina in una terrina per preparare dei biscotti per la colazione di Penny.
Anche se non lo dimostravo volevo bene a quella mostriciattola e, più spesso di quanto volessi, avevo quel genere di attenzioni per lei.
E poi mi piaceva cucinare.
Avevo preso da papà: lui passava ore ai fornelli a inventare nuove varianti delle classiche ricette, dato che la mamma sembrava aver sviluppato una strana forma di allergia a pentole e tegami.
< Non è per te, Jacob, levati, mi distrai! > cercai di scansarlo con un colpo di bacino, ma cozzai contro i suoi fianchi e mi feci inaspettatamente male.
< Ahi! Ma che...di che sei fatto? Granito? > mi massaggiai la parte dolorante con una smorfia, sporcandomi il grembiule rosso di polvere bianca.
< Non sono io quello di granito. > rispose a mezza bocca, digrignando i denti.
Una reazione insolita. Mi aspettavo mi prendesse in giro sulla mia fragilità, scherzandoci sopra, invece lui continuava ad essere una continua sorpresa per me.
Non avevo davvero idea di come prenderlo.
Nel frattempo Jacob alzò le spalle, con fare disinvolto e disinteressato.
< Scusa, non pensavo di riuscire a far male a qualcuno anche stando fermo! > sorrise e nel mio cervello risuonò un campanello d'allarme.
- Cadavere senza testa, Annie, cadavere senza testa! -
Sbuffai, togliendomi dagli occhi un ciuffo ribelle di capelli che sfuggiva sempre dalla coda.
Spintonai via Jake con le mani, sporcandogli la maglietta scura che stranamente indossava, e tornai a concentrarmi sul mio impasto e sulla mia visione macabra di sangue rappreso su un collo tranciato di netto come un cosciotto di maiale.
Lui si appoggiò al ripiano in marmo, incrociando le braccia al petto muscoloso -le cuciture della t-shirt sembravano sul punto di cedere sui suoi bicipiti-, e mi guardò lavorare la frolla senza spiccicare parola.
< Non hai nient'altro da fare? C'è il tetto dissestato... > provai a togliermelo dai piedi con la prima scusa che mi venne in mente.
< L'ho riparato stamattina. > replicò prontamente con un mezzo ghigno, zittendomi.
< E allora c'è da controllare l'irrigatore del... >
< Ho fatto anche quello. >
< E il... >
< Fatto, Annie. Qualunque cosa tu dica l'ho fatta. Avete perfino una scorta di legna per tre inverni. > Il suo ghigno s'allargò in un sorriso soddisfatto, che si trasformò presto in un'espressione di maliziosa premeditazione.
Sembrava un bambino che ponderava una marachella.
Il campanello d'allarme risuonò più forte e quasi mi assordò. Più che un fastidio tintinnio assomigliava ad un concerto di trombe.
Scossi la testa per zittirlo e nel frattempo Jacob si avvicinò pericolosamente con un'espressione che decisamente avrei dovuto temere.
Inaspettatamente prese una manciata di farina e me la spruzzò in viso, sollevando una candida nuvoletta, che mi lasciò di stucco, con la faccia macchiata di bianco come quella di un clown mezzo struccato.
Quando la nube si dissolse battei le palpebre più volte e ingoiai il fiato a forza, solo per l'abitudine di respirare, poiché il respiro me l'aveva tolto lo spettacolo che mi si era profilato davanti: Jacob piegato in due dalle risate.
Non un sorriso finto, posticcio come quello di stamane, no.
Uno vero, spontaneo, che gli andava da un orecchio all'altro.
Scrosciante come una cascata e roboante come un tuono.
Lo fissai torva, cercando di mostrarmi arrabbiata nei suoi confronti ma la sua allegria mi contagiò.
Era grande e grosso, eppure alle volte mostrava l'innocenza di un bambino bisognoso di attenzioni.
Quando l'attacco di risa si fu estinto aprii il rubinetto per sciacquarmi il viso, ma poi ci ripensai, meditando vendetta.
Spinsi il dito sotto il getto violento e subito l'acqua schizzò in ogni direzione a causa della pressione, infradiciando non solo la vittima predestinata ma anche la sottoscritta.
Lui rimase basito qualche istante, facendosi inzuppare dalla testa ai piedi -inutile dire che la maglietta gli si era appiccicata addosso e delineava ogni addominale, catturando la mia attenzione-, e poi mi sollevò tra le braccia, tentando di togliermi dal lavandino.
Quando fu sicuro di avermi sottratto "l'arma" da sotto il naso, mi rimise a terra e poi si avventò su di me, cercando un punto debole in cui farmi il solletico.
Risi, risi forte, risi ancora, come non mi era più capitato dopo la morte dei miei genitori.
Non avevo più trovato un motivo per ridere a quel modo, come se non avessi una sola preoccupazione al mondo.
Jake rideva insieme a me, spensierato, bloccandomi, nel frattempo, con estrema facilità, le braccia dietro la schiena.
Gridai divertita, tentando di mollargli un calcio.
Fallii miseramente e per poco non scivolai sulla pozza che avevo creato sul pavimento.
Grazie al miscuglio di farina e acqua che mi impiastricciava le dita e i polsi, però, riuscii a districarmi dalla sua presa e feci il gesto scherzoso di mollargli un pugno sul viso.
Lui mi bloccò la mano ad un centimetro dalla guancia, l'espressione di colpo nuovamente seria ed indecifrabile sul viso.
Lo guardai attonita ed po' spaventata, deglutendo vistosamente.
Le sue dita bollenti pressavano le mie e le sue iridi scure si tramutarono in due laghi neri dalla profondità incalcolabile.
Ebbi paura.
< Non farlo. Non voglio che ti faccia male, Annie. L'ultima volta che qualcuno mi ha dato un pugno si è rotto una mano. > asserì serio, con una sfumatura di grigio nel tono che non gli si addiceva.
Era caldo Jake.
Nel corpo, nella voce, nei modi di fare, eppure c'erano dei momenti in cui sputava schegge di ghiaccio, probabilmente senza nemmeno accorgersene.
Chi è che lo aveva ridotto in quello stato?
Chi era stato in grado di spegnere la sua fiamma?
Abbassò lentamente la mano tremante ed il mio polso lo seguì.
Ipnotizzata dal suo sguardo -che trasudava pericolo- e frastornata dal campanello d'allarme -ormai divenuto una sirena chiassosa- non mi accorsi subito del fatto che mi aveva lasciato e che se ne stava andando.
< Jake... > provai a rincorrerlo e richiamarlo, ma lui si sbattè la porta alle spalle senza nemmeno degnarmi di un'ultima occhiata.
Fissai stupefatta il legno di quercia scuro e nodoso e poi gli mollai un calcio, come se fosse la causa della mia stupidità.
Che mi fregava di lui?
Che m'importava se non sorrideva?
Era fatti suoi.
Io gli sarei stata alla larga finchè fosse durata quella convivenza forzata.
O lui o me, non c'era abbastanza spazio per entrambi nella stessa stanza.

 
***

Dormi, Jacob.
Chiudi gli occhi, stacca il cervello.
Non pensare, non ricordare, non farti male, sei già a pezzi.


< Ti odio Jacob Black. >
< Mi piace. L'odio è un'emozione forte, passionale. >
< Te la faccio vedere io la passione. L'assassinio è il crimine passionale per antonomasia. >

Sbuffai ed ululai furioso, mentre nelle orecchie rimbombava il raccapricciante eco lontano di ossa fratturate.

Sei un coglione.
Dovresti darci un taglio con queste riflessioni, con questi sprazzi di una vita che non vuoi più vivere.
Non fai che affilare il coltello che ti incide la carne così.
Cos’è, insensatamente, hai scoperto di provare un piacere perverso nell’infliggerti dolore? Pensi che così facendo lei non svanirà?
Lo sta già facendo.
Non è che una macchia indistinta, un corpo sfocato su una polaroid, una maschera bianca inespressiva.


Poggiai stancamente  la grossa testa sulle zampe.
Era diventato faticoso compiere anche il gesto più banale.
Avevo gli occhi affaticati dal tanto scrutare la luna, bianca e pallida in cielo.
Mi ricordava tanto LEI e la sua presenza mi aiutava a non impazzire. C’era sempre, anche se nascosta da uno strato sottile di nubi. Restava. Rimaneva come LEI non era stata mai capace di fare.
Le ore erano volate, i giorni si erano rincorsi, le settimane susseguite. Avevo perso il conto.
Perdevo sempre il conto.
Dei sorrisi andati, degli abbracci persi, delle promesse infrante, dei tagli aperti, del sangue che sgorgava…persino degli anni che avrei dovuto avere secondo i NOSTRI calcoli.
Bruciava un po’ pensarci, ma era sopportabile ormai.
Non era più un incendio. Erano rimaste solo le braci bollenti sotto uno strato di cenere.
La nebbia danzava tra i rami bassi dell’albero che avevo di fronte.
Chiusi le palpebre e sbuffai fiato dal naso umido di lupo, saggiando l’aria inquieta.
Sembrava che la foresta sussurrasse e mi volesse avvertire.
Stava arrivando.
Qualcosa veniva verso di me timidamente.
Tesi le orecchie.

Ascolta, Jacob.
Riconosci la morbidezza del passo che ormai hai imparato a conoscere.
Senti il profumo di lampone precederla.
Vattene, non farti vedere così.


Sollevai il muso in alto, a rimirare ancora la luna e sospirai tra le zanne.
Annie comparve nell’orto avvolta in un pigiama corto color arancio ed uno scialle di Brianna drappeggiato sulle spalle.
Sembrava uno spirito fiammeggiante senza pace.
Si fermò accanto all’albero dietro cui mi aveva trovato e si sporse oltre, affondando i piedi nudi nel terriccio molle.
< Jacob? Jacob sei lì? >
Mi acquattai nell’ombra, flettendo le zampe anteriori sotto il corpo, sperando che se ne andasse prima che mi venisse la malsana idea di farmi vedere.
< Annie, ma perché non la pianti? Se n’è andato? Meglio, no? E’ quello che volevi! Il ritorno alla tua vita normale senza quel…quel gigante! >
Soffocai una risata tra i denti affilati. Parlava anche da sola quella buffa creatura, così simile ad una sirena.

Dovresti darle ascolto.
Dovresti andartene e lasciar che loro riprendano la loro vecchia vita.
Dovresti farlo anche tu.
Sei ancora in tempo.


Annie, sbuffando, si ritrasse e tornò spedita in casa, pestando i piedi sul terreno, un po’ stizzita.
Anche se aveva i capelli rossi, un corpo minuto e non le assomigliava nemmeno lontanamente, per una frazione di secondo mi sembrò di vedere LEI in quel fastidio che mostrava. Lo stesso che aveva il giorno in cui l’avevo baciata a forza.
Un ringhio involontario mi sfuggì di bocca.
Non c’era scampo.
Mi si sarebbe sempre ripresentata davanti agli occhi anche se fossi divenuto di colpo cieco.
Dovunque fossi fuggito lei sarebbe venuta con me, pur restandosene comodamente a Forks.
Ero schiavo.
Schiavo dell'eterna stupidaggine di andarle dietro nonostante il male che mi procurava*.
E più soffrivo tanto più l'amavo.
- Vaffanculo, Bells! Lasciami! -
Mi alzai furibondo, scrollando foglie secche ed aghi di pino dal pelo.
-Tornerò. Sai che torno sempre. Prima o poi, presto o tardi, ci rivedremo. Sempre che tu non ti sia fatta ammazzare prima. Lo sai cosa succederà in quel caso, no? Giuro, Bells, giuro che ti raggiungerei soltanto per gridarti in faccia che sei stata una stupida, che come al solito hai pensato solo a te. Sei un’ingenua, una sciocca se credi che io ti sopravviva con naturalezza e tranquillità senza muovere un dito. Sei te, sempre e solo te, cazzo, che mi tieni in vita. -

L’ennesima alba s’affaccia all’orizzonte, Jacob.
Un altro giorno senza nome incombe.
Il grigiore davanti ai tuoi occhi per un attimo scompare, sostituito dal calore di una palla di fuoco rossa.
Rossa come il sangue di lei che tante volte hai visto fluire dalle sue innumerevoli ferite.
Rossa come il sangue tuo che saresti anche disposto a donarle nel caso in cui avesse sete.
Rossa come quel filo invisibile che vi teneva legati e che è stato tranciato di netto una sera lontana, un secolo fa.
Torna a casa, Jacob.
Tuo padre t’aspetta.
I tuoi fratelli ti attendono.


-Lei no. Lei non c’è più.-

Allora trasformati e resta qui come un vigliacco.
Tanto se non sarai tu ad andare da lei, in qualche modo, prima o poi, sarà lei a venire da te.



*Rivisitazione di una celebre frase di Carlos Ruiz Zàfon

1 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

Vorrei tanto essere obbiettiva con questo capitolo e non ci riesco. Perché le emozioni che sei riuscita a trasmettermi qua sono troppo forti. È il migliore di tutti quelli che hai scritto fin’ora e di tutti quelli che ho già letto. C’è un salto qualitativo notevole e ormai riesci perfettamente ad entrare in Jacob, nella sua testa e mettere in inchiostro i suoi pensieri.

In questo capitolo c’è tutto quello che amo. Jacob. Tutti i Jacob di cui sono innamorata, il Jacob Ragazzino, che gioca con L’acqua. Il Jacob sbruffone, il Jacob dolce, il Jacob ferito , il Jacob che ama Bella. Più di qualsiasi cosa, che la vede dietro ogni gesto , dietro tutto.

C’è una canzone di Tiziano ferro che mi fa pensare a questo Jacob. Dice “ti rincorderò in ogni gesto più imperfetto, in ogni sogno perso e ritrovato in un cassetto.” Per me ormai quel testo è Jacob il tuo Jacob. Perché lui è così, vive di Bella anche quando Bella non c’è più ed ha paura di affrontare la realtà. Perché quando ami così tanto, non bastano mille vite pe dimostrare quel amore.

Ma nonostante o forse proprio per quel amore non posso non innamorarmi anche di Annie. Annie è tutte noi, è una ragazza che sarebbe perfetta per Jake, con la quale sarebbe felice, ma che ha un unico difetto non è Bella.

Annie qua è l’altra ma un'altra descritta talmente bene, delicata nei gesti e nelle parole che ti viene quasi da fare il tifo per lei. Perché come fai a resistere al fascino di Jacob Black? Come fai a non adorare chi anche se per poco, riesce a dargli sprazzi di gioia?

Davvero piccola amo tutto di questo capitolo. Brava brava brava.

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