"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

domenica 15 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XIX

XIX
- Una nuova primavera -

< BELLA! >
Renèe mi scavalcò, precipitandosi nella stanza a braccia tese, accollandomi la sua borsa come se fossi un mulo da soma.
Il suo urlo mi trapanò il timpano, rendendomi di sicuro sorda.
Sbuffai e rafforzai la presa sulle dodici buste che reggevo in mano, cercando di scacciare quel ciuffo di capelli che avevo davanti gli occhi.
Contenevano l’occorrente INDISPENSABILE per la futura mamma, per i nascituri e per il parto.
Avevo iniziato a preparare tutto il necessario all’insaputa della mia amica, avendo il sentore che sarebbe tornato utile.
Mi ero basata sulla lista fornita dal manuale “Essere mamma in dieci mosse” -l'avevo imparata a memoria- e avevo impacchettato ogni cosa con la massima cura.
C'erano decine di camice da notte aperta sul davanti, una vestaglia pesante ed una un po' più leggera, dentifricio e spazzolino, ciabatte, bagnoschiuma e shampoo, pettine e laccetti vari, reggiseni per allattamento, slip usa e getta, assorbenti post parto e...
Cazzo, avevo preso le coppette assorbi latte e l'olio di mandorle?
Posai a terra le buste e vi frugai dentro, sospirando poi sollevata.
Sì c'erano. C'era tutto, dagli asciugamani al deodorante, dalle tutine per i cuccioli ai lenzuolini disegnati, dai pannolini alle riviste per Bella.
Fortuna che avevo pensato io a tutto! Quella sprovveduta non aveva ancora preparato la borsa per l'ospedale, a venti giorni dalla scadenza del termine.
Avevo prosciugato la mia carta di credito per due mesi di fila ma ne era valsa la pena. Mi avrebbe di sicuro ringraziato!
Arrancai nella stanza, tallonata da mia madre, e subito l’odore di sudore e disinfettante mi diede il benvenuto.
Storsi il naso e rimpiansi di non aver preso anche un deodorante per ambienti.
Buttata su un lettino con le sbarre in ferro giaceva Bella a gambe divaricate e leggermente piegate, che respirava affannosamente intervallando ogni espirazione ad un gemito.
Era lo spettacolo peggiore che avessi mai visto.
Madida di sudore, bianca come la tovaglia delle grandi occasioni di mia madre –ogni volta che la usava poi faceva tre candeggi per farla tornare linda e pinta-, i capelli arruffati e appiccicati in fronte e gli occhi iniettati di sangue.
Analizzai ogni centimetro di lei che riuscivo a vedere e ringraziai il cielo di non essere al suo posto.
Poi, però, mi diedi della stupida: avevo lasciato a casa il fedele beauty-case. L’avrei potuta rendere più decente con una spennellata di terra e un po’ di correttore.
Renèe le si agitava attorno frenetica: un paio di secondi cronometrati dopo essere entrata le aveva spiumacciato i cuscini dietro la schiena, fatto bere dell’acqua e chiesto tre volte quante contrazioni al minuto avesse.
< Ellie! > la voce di Bella sembrò sollevata. Soffiò più forte e gemette di nuovo.
Mi feci avanti, posai i mille pacchetti e le presi una mano sudata e ghiacciata tra le mie.
Lei mi sorrise in modo stentato e prese una grossa boccata d’aria.
< Tu e le tue stupide idee! Quando acchiappo quello che ti… >
< Ah, siete arrivate! > interruppi la frase a metà, irrigidendomi al suono di quella voce sollevata.
Supplicai Bella con lo sguardo di negare ciò che iniziavo a sospettare, ma lei era troppo presa dalla sua respirazione per darmi retta.
Mia madre si voltò insieme a me e tutte le mie paure si materializzarono sotto forma di un ragazzo biondo e spaventato, affacciato alla porta della sala travaglio.
Ringhiai e gli andai incontro pestando i bellissimi sandali tacco quindici Marc Jacobs sulle piastrelle immacolate.
< Io t’ammazzo, Nat! >
Lui si ritrasse spaventato e balbettò frasi incoerenti, cercando di staccare le mie mani dalla sua collottola.
< Sis, non…respiro! > biascicò a fatica.
L’ennesimo gemito di Bella, più forte degli altri, ci raggiunse.
Mi voltai preoccupata e mollai mio fratello, che riprese colorito.
Renèe le teneva una mano, mia madre l’altra e intanto con lo sguardo mi intimava di non essere troppo dura con quello sciagurato che aveva messo al mondo diciott’anni prima.
< Non mi dire che sei tu il motociclista da strapazzo che ha abbordato Belle! > esclamai sconcertata ed accorata al contempo.
Dio, mi prudevano le mani. Avevo voglia di prenderlo a pizze finchè la sua faccia non fosse diventata grossa come un’anguria.
Nathan tossì imbarazzato e distolse lo sguardo, puntandolo sulle rigide sedie verde mela della sala d’aspetto qualche metro più in là.
Il suo silenzio equivaleva ad una tacita conferma.
Il prurito alle mani divenne quasi insopportabile e piano piano si trasformò in bruciore.
Avevo un bisogno urgente di una sigaretta!
< L’avevo scambiata per te, Sis. Lo sai che sono miope… > mugugnò sottovoce, sempre senza guardarmi.
< Impara a metterti quei cazzo di occhiali o quelle fottute lenti a contatto! Le hai fatto rompere le acque prima del termine! > esplosi, rimediandomi una sequela di occhiatacce da parte di un paio di infermiere che stavano passando davanti a noi in quel momento.
Cercai di riacquistare la calma massaggiandomi le tempie.
Dalla tasca di mio fratello provenne un “bip” quasi inudibile con gli strepiti che Bella lanciava alle nostre spalle.
Evidentemente le contrazioni stavano aumentando.
Ma dove diavolo era finita l’ostetrica allampanata che l'aveva in cura?
Non me ne intendevo di parti, ma qualcuno non avrebbe dovuto controllare i centimetri di dilatazione?
Incenerii mio fratello con un’altra occhiata e feci per tornare dalla mia amica, quando la suoneria del telefono di Bella riecheggiò nel corridoio.
Nathan mi porse il suo cellulare mentre lo schermo si illuminava. Quello che stava telefonando con insistenza era registrato sotto il nome di Seth.
Seth.
Perché lo avevo già sentito? Dove? E quando? Era uno degli amici di Bella di Frogs?
Scrollai le spalle e arraffai il telefono ficcandomelo in borsa con stizza, catalogando il tutto come qualcosa di secondaria importanza.
< Io non volevo, Sister, sul serio. E’ stato un incidente. Le ho dato una botterella giocosa per non farla pagare e… >
Maledissi il giorno in cui avevo deciso di smettere di fumare, per calarmi nei panni della zia provetta e non nuocere ai pargoli, e sospirai.
Avevo bisogno che la nicotina rilassasse i miei nervi tesi con fili di uno stendino e mi impedisse di uccidere il sangue del mio sangue.
< Su questo, almeno, devo darti credito: Belle ha l’equilibrio più precario che io abbia mai visto e la gravidanza non l’ha affatto giovata. >
< MI RIFIUTO! NON METTERO’ AL MONDO QUESTI BAMBINI SOPPORTANDO UN CAZZO DI DOLORE DEL GENERE! FATEMI L'EPIDURALE, QUALUNQUE COSA SIA! >  L’urlo perforante della mia amica ci fece sobbalzare entrambi.
Le due infermiere, che prima ci avevano trucidato con gli occhi, accorsero in sala travaglio e quasi inciamparono nelle mie buste.
< Bella, respira. Se ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu! > Renèe cercava di incoraggiarla, stringendo la mano della figlia fino a farla illividire.
< COL CAZZO! TU HAI FATTO USCIRE SOLO ME! IO NE DEVO FARE DUE! > gridò disperata, piegandosi su se stessa.
La sofferenza stava inibendo i suoi modi gentili, facendo spazio alla camionista nascosta in ogni donna, persino in lei.
Mio fratello aveva la faccia di chi stava assistendo ad una esecuzione dal vivo ed io sogghignai.
Forse gli sarebbe valsa come lezione il veder nascere i bambini di Bella e avrebbe smesso di fare il cascamorto con chiunque, persino con le ragazze incinte.
Per lui ogni essere che respirava e possedeva due tette ed un apparato riproduttore femminile era una preda.
< JACOB BLACK, DOVUNQUE TU SIA, SPERO PER TE CHE TU SIA SOFFRENDO IN MODO ATROCE, COME ME! >
< Bella, bambina mia, mi stai stritolando una mano! > Renèe cercava di sottrarsi dalla presa della figlia, che si agitava angosciata sui cuscini bagnati di sudore e lacrime.
Il telefono della mia amica squillò di nuovo nella mia borsetta, facendo nascere in me la voglia di gettarlo a terra e spaccarlo col tacco a spillo.
Nathan si era seduto su una sedia e tremava, sotto shock, balbettando frasi sconnesse e insensate.
< Giuro che non farò più sesso in vita mia. > fu l’unica che riuscii a cogliere.
L'ennesimo ‘bip’ fastidio, con annessa vibrazione, m'indispettì: buttai malamente la borsa in braccio a mio fratello e corsi nella stanza di Bella, tirando fuori dalla busta il set di asciugamani spugnosi rosa confetto che avevo comprato.
Le infermiere, che nel frattempo avevano rassicurato la mia amica e preparato l’occorrente per trasferirla nella sala parto adiacente, guardarono torve la telecamera che mia madre teneva tra le dita emozionate e ci intimarono –poco gentilmente- di uscire immediatamente.
In quattro e quattr’otto ci ritrovammo entrambe fuori dalla stanza, con la porta sbattuta in faccia e le dodici buste stracolme ai piedi.
L’ostetrica, che aveva seguito tutta la gravidanza della mia amica, ci sorpassò trafelata in quel momento, seguita a ruota da un ginecologo attempato, che avrebbe potuto essere mio nonno.
Avevano entrambi un camice verdognolo addosso che fusciava ad ogni passo.
Sperai, per la loro incolumità, che sapessero il fatto loro.
I miei nipotini dovevano nascere senza nemmeno un capello storto o se la sarebbero vista con me!
< NON VI AZZARDATE A TOCCARMI! AAAAAAAAH! MAMMA, DAMMI UNA BOTTA IN TESTA, PER FAVORE. TRAMORTISCIMI! > gli strepiti di Bella rimbalzarono tra le pareti immacolate del corridoio come la pallina impazzita di un flipper quando quei due schiusero le porte della sala parto per entrare, facendo spuntare fuori molte neo-mamme dalle loro stanze.
Avevano tutte la faccia gioiosa e sorridevano comprensive.
Avevano l’espressione di chi sapeva bene cosa si provava.
Decisi, quindi, che, se mai avessi dovuto avere un figlio, lo avrei adottato e mio marito avrebbe fatto parte del coro di voci bianche della chiesa, di sicuro; sarebbe stato uno castrato, per capirci.
< Ora deve spingere, signorina Swan! >
Sentii una voce maschile, incitare Bella.
< TROVI QUELL’IDIOTA CHE MI HA MESSO INCINTA E SPINGA LUI GIU’ DA UN BURRONE! > fu l’ironica risposta di lei, seguita da un urlo disumano ed un borbottio concitato di voci.
Per distrarmi mi sedetti accanto a mio fratello e mia madre, che stava, intanto, rimproverandosi di non aver dato la telecamera a Renèe cosicchè riprendesse lei la nascita dei gemelli.
< Si può sapere perché una volta visto che era incinta non te ne sei andato di corsa? Ma ti piace proprio tanto metterti nei casini, Nat? > chiesi a mio fratello, abbattendo l’ennesima chiamata di quel Seth con stizza.
< Cam. Nathan mi fa schifo, lo sai! > Sorrisi, mio malgrado. Sapevo fin troppo bene cosa voleva dire portare un nome scelto da nostra madre.
< Stavo per farlo, Sis. Avevo girato i tacchi e me ne stavo andando, ma lei mi ha richiamato…e poi ci siamo messi a chiacchierare ed io ho fatto una serie inaudita di gaffe e… >
< TENGA GIU’ QUELLE FOTTUTE MANI, DOTTORE, SE VUOLE CHE CONTINUI A SPINGERE. SE VEDO DEL SANGUE SVENGO E NON CREDO LE CONVENGA! >
L’isterismo di Bella si mangiò il resto del resoconto di mio fratello, che dovette quindi ripetere.
< …e poi ho visto i suoi occhi. Sister, come fai a sopportare quello sguardo spento? Le sue iridi non hanno profondità. Sono piatte, incolori, quasi traslucide! > mi fissò intensamente, con uno sguardo dello stesso colore di quello che mi fissava ogni mattina allo specchio.
Sospirai di nuovo.
Quello scimmione con troppo testosterone in corpo poteva anche aver battuto la testa da piccolo cadendo dalla lavatrice e finendo per diventare un decerebrato, ma aveva un cuore grande e generoso…proprio come la sottoscritta –modestia a parte, insomma.-
< SPINGA, ADESSO! >
< RESPIRA, BELLA! >
< CUCITEVI QUELLA CAZZO DI BOCCA! Sì, ANCHE TU MAMMA! PERCHE’ NON MI HAI DETTO QUANTO FOSSE DOLOROSO IL PARTO? MI SAREI FATTA FARE IL CESAREO! >
< Non è facile, starle accanto, infatti. Belle si è ficcata in un casino che tu, che sei un maestro in fatto di macelli, non ti sogneresti neppure. Io mi sono avvicinata a lei per le stesse tue motivazioni all’inizio, fratellino. Suscita da subito istinto di protezione, vero? >
Nathan annuì e si asciugò le mani sudate sui jeans chiari.
< Io non intendevo farle del mal… >
< JACOB BLACK GIURO CHE SE MAI DOVESSIMO RIVEDERCI TE LO FARO’ A FETTINE! >
Sbottai a ridere e mia madre e mio fratello si unirono a me.
Gli insulti che stava rovesciando addosso a quel poveraccio erano non solo irripetibili ma anche dannatamente divertenti.
Forse dovevo registrarli, per farli poi ascoltare al diretto interessato prima o poi.
La vibrazione insistente della mia borsa attirò la mia attenzione.
Presi il mio Iphone, pensando che mi fosse arrivato un messaggio, ma di nuovo vidi lo schermo del cellulare di Bella illuminato.
Reprimendo a stento un urlo di irritazione, acciuffai il telefono e scrissi un rapido e lapidario sms di risposta a quel Seth, senza leggere il contenuto della conversazione.
Decisamente più sollevata mi appoggiai con la testa al muro candido alle mie spalle, guardando l’ora.
Le grida di Bella erano atroci. Sembrava non che stesse partorendo, ma che stesse ricevendo una serie di sadiche torture.
Rabbrividii e tirai fuori uno dei romanzi che avevo preso per la mia amica dalle buste ai piedi di mia madre.
< VEDO LA TESTA! >
< STO PER VOMITARE! C’E’ TROPPO SANGUE! MAMMA, TAPPAMI IL NASO! >
Nathan sorrise, un po’ più sollevato.
< Forse questi bambini le ridaranno un po’ di vita, non credi? > mi chiese.
Era strano parlare con lui di Bella. Non avevamo mai avuto amici in comune, soprattutto perché lui tendeva ad uscire con dei celebrolesi vestiti con pantaloni col cavallo basso fino alle ginocchia, che lo osannavano come un Dio.
Decisamente non il mio genere preferito di compagnia.
< Vuoi dirmi perché sei venuto qui a Jacksonville? Ti sei fatto cacciare di casa da papà? >
Ero stata contenta di passare un po’ di tempo con lui e la sua visita inaspettata mi aveva fatto davvero piacere, ma conoscevo quello testa calda di Nat.
Se era tornato a stringersi alle gonne della mamma di sicuro ne aveva combinata un’altra delle sue.
Mio fratello gonfiò le guance e tamburellò con le dita sulla plastica ruvida della sedia e poi sputò < Mi sono fatto espellere da scuola. >
Per poco non gli diedi una borsettata in fronte.
< Spero che tu sia scherzando! > lo aggredii, meditando se fosse meglio dargli una botta in testa o lasciarlo agli “amorevoli rimproveri” di nostra madre che, accanto a me, aveva spalancato la bocca sbigottita.
< JACOB BLACK SEI UN FOTTUTO STRONZO! SE MI CAPITI A TIRO TI RIFILO UN CALCIO IN MEZZO ALLE PALLEEEEEEEEEEE! >
La minaccia di Bella culminò con un pianto acuto di neonato.
< Ce l’hai fatta, Bella! > la gioia di Renèe investì in pieno anche me, facendomi dimenticare l’arrabbiatura verso Nat.
Ci sarebbe stato tempo in abbondanza a casa per fargli una ramanzina epica.
Mi scapicollai fino davanti le porte della sala parto, fremendo di attesa.
< MA CHE FATTA E FATTA! DEVO PARTORINE UN ALTRO, MAMMA, NEL CASO TE LO FOSSI DIMENTICAAAAAAAAAAAA...! > gridò la mia amica a pieni polmoni, troncando l'ultima parola.
Provai compassione per tutti coloro che erano nella stanza con lei: probabilmente avrebbero irreversibilmente perso l’udito.
< DUE! AAAARGH! UNO SOLO NON GLI BASTAVA AL BASTARDO! DUE FIGLI, TANTO PERCHE’ DOVEVA MOSTRARE LA SUA VIRILITA’! >
< Spingi, Bella! >
< Spinga, signorina Swan! >
< STO SPINGENDO, CAZZO! > sbottò esasperata la mia amica e, dopo un’altra decina di imprecazioni, finalmente, anche il vagito di un secondo bambino filtrò dalla fessura delle porte sigillate.

Crollai distrutta sui cuscini fradici ed espirai, calciando fuori tutta l’aria in abbondanza che avevo accumulato con le mie grida disumane.
Chiusi gli occhi con disgusto, reprimendo i conati di vomito che sentivo arrampicarsi su per la gola a causa di tutto il sangue che macchiava il lenzuolo verde che avevo sulle gambe, le braccia del ginecologo e delle infermiere.
Mi sentivo a pezzi.
Qualcuno doveva essersi divertito a svitare tutte le mie giunture e a riavvitarle poi in modo sbagliato.
Avevo visto la mia pancia enorme sgonfiarsi come un pallone bucato mentre i miei bambini venivano al mondo.
Mi passai una mano tremante sulla faccia bagnata e sospirai, mentre attorno a me avvertivo lo scalpiccio e l’affaccendarsi delle persone che mi avevano aiutato a partorire.
< Mamma… > gracchiai, con le corde vocali ridotte all’osso.
La sentivo tirare su con il naso e mormorare parole incomprensibili alla mia destra.
< Apri gli occhi, Bella. > sussurrò al mio orecchio, infilandomi tra le braccia un fagotto che si agitava a scatti.
Dischiusi le palpebre una alla volta ed i miei occhi stanchi ne incontrarono un altro paio sgranati, dalla profondità incalcolabile: neri come la più cupa delle notti senza luna.
Erano due schegge di preziose e brillanti perle nere quelle che mi fissavano curiose e attenti.
Dimenticandomi della fatica, del dolore, della nausea, della stanchezza e di qualunque altra cosa esistesse al mondo, percorsi con sguardo avido il profilo di quell’esserino infinitamente piccolo, che agitava le braccine ancora rosse del mio sangue rappreso davanti al mio naso.
Il viso era arrossato e paffuto, di un’insolita colorazione olivastra.
< Ciao… io…io sono la tua mamma. > bisbigliai con un malloppo d’emozioni ingarbugliate incastrato in gola, tracciando con un dito tremante il contorno di quel faccino morbido, su cui spuntava un ciuffo di capelli color ebano.
Avevo paura di fargli del male. Di far del male al mio bambino solo sfiorandolo.
< E’ una femminuccia, Bella. > la voce di mia madre era commossa ed estasiata.
Una goccia d’acqua scivolò sul visino di mia figlia, facendola sussultare.
Spalancò gli occhioni grandi spaurita e poi aprì la boccuccia rosea e sbottò a piangere.
Tirai su con il naso, ricacciando indietro le lacrime di commozione che sentivo premere contro le ciglia, e presi la manina della mia piccola.
Lei smise immediatamente di gridare e mi strinse l’indice con le sue dita minuscole.
Repressi un singhiozzo, mentre sentivo la voragine del mio essere venir riempita di un amore puro e sconfinato nei confronti di quella creaturina che aveva gli stessi occhi del padre, mi teneva per un dito e sbadigliava teneramente tra le mie braccia.
Sembrava che quel buco si fosse creato in me solo per essere colmato successivamente dal sentimento materno che i miei cuccioli aveva immediatamente suscitato.
In quell’istante capii che era vero quello che avevo letto nel manuale di Ellie, “Essere mamma in dieci mosse”: quando tuo figlio ti aggancia un dito per la prima volta, ti ha agganciato per il resto della vita.
< E questo, Bella, è il tuo campione > mia madre mostrava orgogliosa un secondo bambino, che sembrava la fotocopia della piccola che reggevo tra le braccia.
Aveva un pugnetto in bocca e lo stava sbavando interamente, scrutandomi con gli stessi occhi neri della sorellina.
< Dalla a me… > Ellie comparve al mio fianco e protese le braccia per prendere mia figlia.
Forse non era nemmeno apparsa all’improvviso: magari era entrata appena aveva sentito il secondo vagito e io non me ne ero accorta.
Rebirthing now!
I wanna live for love, wanna live for you and me.
Breathe for the first time now, I come alive somehow.

Il mondo, in quel momento, ruotava attorno ai miei due bambini. Per quel che mi riguardava esistevamo solo io e loro, sospesi in una bolla di sapone infrangibile.
Con riluttanza feci scivolare la mia piccola tra le braccia della mia migliore amica e, con mani rese malferme dall'emozione, mi voltai per prendere il maschietto.
Con la manina sporca di bava si aggrappò immediatamente ad una mia ciocca di capelli e tirò forte, mostrando da subito di essere più irrequieto della sorellina.
Di colpo mi tornarono in mente le parole che Jacob aveva usato per descrivere l’imprinting dei lupi e sorrisi malinconica.
"Non è un colpo di fulmine, davvero. È più... uno spostamento di gravità. Quando vedi lei, all'improvviso non è più la terra che ti tiene attaccata a sé. È lei. E niente conta più di lei. Sai che per lei faresti qualsiasi cosa, per lei saresti qualsiasi cosa... Diventi tutto ciò di cui ha bisogno."*
- Ci eri andato vicino, Jake. –
Rebirthing now!
I wanna live my life, wanna give you everything.
Breathe for the first time now, I come alive somehow.

Il mio mondo era crollato tempo addietro, franando, sbriciolandosi, piegandosi su se stesso.
Macerie, polvere e rovine era ciò che mi ero portata dietro a lungo. Resti grigi di una vita insapore che io stessa avevo demolito con un piccone acuminato.
Per troppo tempo avevo vagato tra i detriti fumanti del mio essere come un'anima inquieta senza pace.
Ora, invece, guardando i miei figli, avvertii l’arrivo di una nuova primavera dentro il mio cuore.
“Puff”.
Sbocciarono fiori, si colorarono gli alberi e le colline, si profumò e s’intipiedì l’aria al suono gorgogliante di mille cinguettii.
Una spruzzata di energia ed un soffio nuovo di vita mi resuscitarono.
Stavo rinascendo.
Il mio mondo riaffiorava in superficie poco a poco, risputato dal buco nero che lo aveva inglobato.
Mi accorsi, con lieto sutpore, che non ruotava più attorno al mio dolore e alla mia onnipresente angoscia.
Gravitava e girava come una trottola intorno ai miei bambini. Ai bambini che avevo concepito con Jacob.
Loro respiravano ed io risorgevo dalle mie ceneri, come una fenice.
Dall'amore sofferente mio e del mio migliore amico erano cresciute rigogliose due vite, splendenti più del sole.
Niente eclissi, stavolta.
Non esisteva più nulla che potesse offuscare quella luce, ormai.
Cullai il mio “campione”, come lo aveva definito la mamma, e sorrisi, piangendo lacrime di gioia.
< Ciao anche a te, piccolo Ephram. > sussurrai, alzandolo per posargli un bacio leggero sulla fronte scura.
Mi si agitò tra le mani e contorse il faccino in una smorfia.
< Ephram? Sai, Bella, che non è male? Suona bene…è esotico! > azzardò Lilian, sbucando dietro Renèe con un sorriso incantato sul viso ancora giovane.
Ephram Black.
Avevo meditando a lungo su un possibile nome nel caso in cui almeno uno dei gemelli fosse stato maschio e quello era l’unico che mi fosse sembrato appropriato per un discendente di Ephraim, il bisnonno di Jacob che aveva sancito la tregua con i vampiri.
Ero stata anche tentata di mettergli proprio lo stesso nome, sperando che ereditasse così un po’ della grandezza del trisavolo, ma poi ci avevo ripensato: Jake mi avrebbe sgridato e si sarebbe opposto. Conoscendolo avrebbe detto pressappoco:
< Non ti permetterei mai di dare a mio figlio il nome di un matusalemme! >
Sorrisi di nuovo, tirando su col il naso.
Chissà cosa avrebbe detto, invece, scoprendo il nome che avevo pensato per la bambina.
Mi voltai a cercare mia figlia, appollaiata sulla spalla della zia con la manina stretta a pugno vicino al nasino piccolo.
< Lei, invece, è Elizabeth Sarah. > mormorai con gli occhi ancora bagnati, pronti a versare l'ennesima cascata di lacrime.
< Ciao piccola Liz...O preferisci Beth, Bella? > Lily le accarezzò la manina con dolcezza e mi guardò interrogativa.
Scossi il capo. Mia figlia non avrebbe avuto nessuno di quei due orrendi soprannomi. Avevano ragione Ellie e Nathan riguardo il gusto di Lilian in fatto di nomi.
< Veramente, se proprio dovete chiamarla con un diminutivo, io ne avevo un altro in mente. In effetti per scegliere il suo nome sono partita a ritroso. Prima il soprannome, poi un nome che potesse essere abbreviato in quel modo... >
Mia madre mi fissava confusa, come se non avesse capito un accidente di quello che avevo appena sentenziato con orgoglio, ma non me ne importava.
Ero fiera dei nomi che avevo scelto per i miei bambini e, probabilmente, lo sarebbe stato anche Jacob.
< Lei è la piccola Ellie. > dichiarai con un sorriso.
La mia amica strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca, rimanendo sconcertata e senza parole credo per la prima volta in vita sua.
Scoppiai a ridere per la sua espressione.
In quei nove mesi di gravidanza lei era stata il mio punto di riferimento.
Era diventata più di un'amica, quasi una sorella.
Era stata confidente, personal shopper, salviettina usa e getta all'occorrenza...
Con lei ero stata capace di edificare un meraviglioso rapporto paritario in cui nessun senso di disagio o inadeguatezza aveva interferito.
Come potevo non ringraziarla in un modo un po' speciale?
Se i miei due cuccioli erano venuti al mondo era anche merito suo.
Era stata lei la prima ad accorgersi della loro presenza.
Probabilmente, fosse stato per me, avrei iniziato a farmi qualche domanda intorno al sesto mese, quando ormai il pancione che lievitava non poteva più essere attribuito ad una eccessiva abbuffata di dolci.
< Ellie Sarah Black. > ripetè la mia amica, accarezzando il fagottino che teneva tra le braccia, come se fosse un tesoro inestimabile.
Mimò con le labbra un muto "grazie" che mi fece fremere il cuore in petto. 

Tell me when I'm gonna live again.
Tell me when I'm gonna breathe you in.
Tell me when I'm gonna feel inside.
Tell me when I'm gonna feel alive.
[Rebirthing - Skillet]

- Sei orgoglioso di ciò che sono diventata, Jake? Non hai idea di quanto sono belli i nostri bambini...Ti somigliano così tanto...Avrei voluto averti accanto oggi. Avrei voluto spaccarti ogni singolo osso delle mani mentre li davo alla luce. Avrei voluto che fossi tu ad incitarmi a spingere, che fossi tu a sussurrarmi che potevo farcela. Avrei voluto li tenessi in braccio prima di chiunque altro e che ti facessi catturare il cuore come avevo fatto io. E' stato il mio ennesimo errore egoista il non tentare nemmeno di metterti al corrente della mia gravidanza, vero? Conoscendoti, so che ti saresti assunto le tue responsabilità ben volentieri. Tu un figlio l'avresti voluto da me prima o poi...almeno in un passato non troppo remoto. Ciò che mi ha frenato, però, è stata la paura che tu volessi i gemelli nella tua vita e non più me. Non avrei saputo accettare che te li portassi via due week end al mese e che trascorressi quei giorni con i NOSTRI bambini e un'altra donna. Sono egoista, sì, forse questo lato di me non riuscirò mai a cambiarlo, ma la colpa è tua. Sono egoista quando si tratta di te. Anche se ero convinta di amare un altro, volevo che tu continuassi a volere solo me. Odiavo quando ti allontanavi e allora ti riportavo indietro, infischiandomene delle ferite che ti causavo. Eri la mia costante e mi sono sempre adagiata sul tuo amore, mentre tu ti facevi bastare le poche incertezze che ti propinavo e quegli abbracci che non sapevano d'amicizia già da un po'.
Voglio essere l'unica, la sola persona in grado di completarti...ma forse è troppo tardi. Ancora una volta troppo tardi... -

< Belle? > Ellie mi sventolò una mano davanti al viso, preoccupata < Sei connessa? >
< Ero...sovrappensiero, scusa > bofonchiai e lei annuì, come se avesse recepito il messaggio nascosto tra quelle parole.
Ephram scoppiò a piangere d'improvviso tra le mie braccia assenti e mi affrettai a cullarlo perchè si calmasse.
Lily e mia madre avevano invece scambiato la piccola Ellie per una caramella: la riempivano di baci e carezze, senza darle tregua.
< Mmm, ora che ci penso, Belle, il maschietto ha un solo nome! > sbottò di colpo la mia migliore amica, prendendo un fazzoletto di carta con cui mi tamponò la fronte ancora madida di sudore.
< Sì. Ephram. >
< Ephram e basta? >
Mio figlio, come se avesse intuito che era l'oggetto della discussione, tacque e fissò sua zia facendo delle bollicine con la saliva.
< Sì. > risposi con un'alzata di spalle.
Ephram Black. Suonava bene così, senza che ci aggiungessi altro.
< Belle, tuo figlio è americano! > sbottò lei, esasperata, frugando nella borsetta alla ricerca del fedele pacchetto di sigarette, che ovviamente non trovò.
Sapevo che avrebbe voluto fare un tiro solo per digerire tutte quelle emozioni forti ricevute una dopo l'altra, ma aveva smesso di fumare per il bene dei miei bambini -il fumo passivo era veramente nocivo- e, quando se ne ricordava, s'infastidiva e diventava intrattabile.
< E quindi? > chiesi, accarezzandogli la testolina mora.
< E quindi come tale DEVE avere un secondo nome! > mi spiegò paziente lei, sospirando.
< Non voglio mettergliene un altro! E poi non me ne viene in mente nessuno di decente > repplicai scocciata.
< Ma che te ne importa! Nessuno ci baderà! Sù, dimmi il primo che ti salta in testa! >
< Nemmeno morta! Se ti dicessi un nome qualunque...tipo...che so, Cal, tu saresti capace di affibbiarglielo senza tant... >
< Ehi, piccolo, ti piace? A me sì. Ephram Cal Black. Suona bene, no? > Ellie mi ignorò completamente.
Il suo cervello si era fermato al nome che avevo buttato a caso e lo aveva appioppato a mio figlio come niente fosse.
- Jake mi strozzerebbe se sapesse che suo figlio porta un secondo nome scelto a caso - pensai, affranta.
< Vieni dalla zia, campione! > me lo tolse dalle braccia, dandomi modo di riprendere Elizabeth, che si era quasi addormentata.
< Signore, l'orario delle visite è terminato già da un po'. La paziente ora deve riposare. Tutte fuori per favore. > un'infermiera dal cipiglio severo e una crocchia di capelli corvini tutta sfaldata, minacciò con lo sguardo la mia amica, sua madre e persino la mia, inducendole ad sloggiare.
Mi baciarono sulla fronte tutte e tre -Ellie mi stritolò anche in un abbraccio degno di un lottatore di Wrestling- e poi sparirono, con la promessa di ripresentarsi l'indomani mattina con i cornetti caldi, di cui avevo insolitamente voglia ora che non mi facevano più ribrezzo.
Mi appoggiai esausta alla testiera del letto in ferro freddo ed espirai, esausta.
< La dia a me, signorina. > mi disse l'infermiera, tendendo le mani verso mia figlia per riporla in una specie di lettino con le rotelle, in cui giaceva già un Ephram scalciante.
< Li porto nella nursery, così potranno essere lavati, visitati e nutriti. Glieli riporto domattina come nuovi, promesso. > mi sorrise e rispose alle mie mute domande preoccupate senza che proferissi parola.
Evidentemente doveva sapere cosa si provasse a doversi separare dai propri figli.
Mi sporsi e li baciai entrambi sulle manine, salutandoli mentre uscivano dalla stanza.
Solo allora lasciai che le lacrime di dolore e solitudine, che avevo trattenuto fino a quel momento, sgorgassero libere.
Ero madre.
Ero una madre single che non avrebbe potuto dare nemmeno il cognome del padre ai propri figli. Lui non era qui per firmare quelle inutili cartacce.
Non c'era.
Nè per i documenti nè per nient'altro.
Non c'era ed io mi sentivo sola.
Lo amavo e l'avrei voluto accanto.
Era una pretesa così folle?
Mi asciugai le lacrime con il dorso della mano e mi sporsi verso il comodino per acciuffare la bottiglia d'acqua.
Nello stesso istante, la porta della mia stanza si socchiuse silenziosamente e dalla fessura fece capolino una testa bruna che conoscevo fin troppo bene.
Il cuore mi si fermò una decina di secondi buoni, prima che riuscissi ad articolare il suo nome.
Che diavolo ci faceva lì?
Quando era arrivato?
Come l'aveva scoperto?
Non sapevo se essere felice, terrorizzata o incazzata nera.
< Seth... > singhiozzai.
Lui si aprì in un sorriso radioso.
< Ciao, Bella. >

*Eclipse capitolo 8 "Furia".


1 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

Leggere questo capitolo proprio in questi giorni mi fa un effetto stranissimo. In più con il punto di vista di Ellie inutile dirti che situazione a parte potrei essere io.

Decisi, quindi, che, se mai avessi dovuto avere un figlio, lo avrei adottato e mio marito avrebbe fatto parte del coro di voci bianche della chiesa, di sicuro; sarebbe stato uno castrato, per capirci.

Ecco io ho detto una cosa simile. Mezza notte. Leggo il mex. A gloria si sono rotto le acqua. Ore 11. No ancora non è nata. Cazzo io l’ho addotto un figlio. Col cavolo che partorisco.

Per cui cara Ellie io ti capisco.

Per il resto che posso dirti , di certo non ho mai provato l’esperienza di Bella ma tu mi hai fatto emozionare è ridere, i suoi insulti a Jacob che mi hanno lasciato addosso un senso di vuoto. Perché alla fine lui, lui che è l’unico che lei vuole, non c’è. E non c’è per colpa del suo egoismo.

Perché Bella l’ha capito finalmente che quando si tratta di lei è egoista. Lei vuole tutto ma non era ancora disposta a dare niente in cambio (uso il passato perché l’esperienza della maternità non può che cambiarla in questo.) Lui non c’è e lei piange, e ancora una volta la colpa è solo sua. Lei non gli ha detto, lei non ha voluto renderlo partecipe. E questo fra i suoi errori è il peggiore.

La vecchia Bella qua deve fare i conti con la nuova. E non è uno scontro ad armi pari.

Com’è bello il paragone con L’imprinting? È perfetto, dolce e ribalda tutta la situazione. È questa la vera gravità, e questa la vera magia, l’amore che da la vita. È questo quello che ti lega per sempre.

E poi quel finale, l’arrivo di Seth un'altra speranza o l’ennesima delusione?

Ti voglio bene tesoro e questa storia diventa sempre più speciale.

I tuoi personaggi sono unici nel loro genere , sono costruiti bene, ben analizzati ed hanno una forza tutta l’oro.

È originale sì, perché analizzi tutto un percorso di vita, ci fai vedere poco per volta il cambiamento di Bella, ci fai entrare nelle loro teste e ora aspetto solo il fatidico incontro.

Un bacio grande e a giovedì

Posta un commento