"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

giovedì 19 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XV

XV
- Statue di gesso -
Uova e pancetta sfrigolavano nella padella antiaderente abbrustolendosi e spandendo nella cucina un aroma invitante.
Infilai una manciata di biscotti, fatti il giorno prima, in un sacchetto, che mi sarei portata a scuola come spuntino, e imburrai il pane tostato caldo.
Avevo una fame tremenda, dovuta probabilmente ai forti scossoni emozionali subiti ieri notte.
< Buongiorno, Annie. > Jacob entrò nella stanza stiracchiandosi.
Tanto per cambiare non indossava né scarpe né maglietta.
Quasi mi strozzai con il succo che stavo bevendo, rischiando di farmelo uscire dal naso.
Possibile che fosse bello anche appena sveglio?
Io per essere decentemente presentabile dovevo passare almeno un’ora al bagno a litigare con i miei capelli e a usare quintali di fondotinta per coprire le occhiaie.
Sbuffai, risentita –stava diventando un’abitudine, cavolo!- e mugugnai un saluto in risposta.
Avevo, sì, ammesso a me stessa che quell’energumeno mi piaceva, ma non significava che dovevo comportarmi come un’adolescente infatuata.
Avevo vent’anni e si presumeva che quindi un po’ di cervello l’avessi.
Le mie esperienze l'avevo fatte e quindi, in teoria, non avrei dovuto aver problemi a imbrigliare i miei ormoni impazziti, che mi svolazzavano confusi nel corpo come mosche in un barattolo.
< Che buon odorino! Che si mangia? >
Jake mi si avvicinò con naturalezza, scansandomi appena con una spinta giocosa, e si riempì il piatto di uova e pancetta.
< Buongiorno ragazzi. >
Mentre lanciavo un’occhiataccia torva a Jacob, mia nonna entrò in cucina zompettando, in tenuta da jogging.
Mi chiesi dove avesse preso quel paio di ridicole scarpe da ginnastica fluorescenti che indossava e cosa avesse in mente di fare.
< ‘Giorno Brianna. > Jake la salutò con un sorriso e poi s’infilò una fetta intera di bacon in bocca, masticando con gusto.
< Nonna…solo per sapere ma…dove vuoi andare conciata così? > le domandai, guardandola orripilata accennare dei movimenti di stretching che di sicuro le avrebbero fatto venire il colpo della strega.
La tutina lilla di cotone le accentuava l'incarnato pallido.
< Vado a correre con Penny, stamattina. Abbiamo deciso di tenerci in forma! Dovresti farlo anche tu! >
< Io odio correre, lo sai. > brontolai, servendomi la colazione ed accomodandomi al tavolo –un tempo traballante, ora perfettamente stabile grazie all’intervento di Jacob-.
< Nonna, nonna! Devo raccontarti un segreto! >
Con orrore vidi mia sorella entrare in cucina indossando una miniatura della tuta di mia nonna, abbinata ad una fascia rosa messa in fronte, come se fosse la figlia di Rambo.
Dio santo, il mondo s’era capovolto e adesso gli anziani giocavano a fare i bambini.
Scambiai un’occhiata divertita con Jacob, che mi sorrise di rimando con la bocca unta.
Mi domandai se la mia famiglia e la sua bizzarria fossero la causa scatenante di quel sorriso sincero che ora gli vedevo più spesso in viso.
Quando l’avevo trovato sembrava smarrito e sofferente. Ora appariva più sereno.
Probabilmente era proprio quello a crearmi qualche problemino in sua presenza: il fatto che fosse così solare e allegro.
Durante il periodo in cui era stato cupo ed enigmatico mi era risultato più semplice stargli alla larga. Con quel sorriso contagioso come facevo a resistergli?
Sospirai e ingoiai l’ultimo pezzo di pancetta calda.
< Nonna lo sai che ieri Annie e Jake si sono fidanzati? >
Inutile dire che rischiai di soffocare con il bacon incastrato in gola.
Sebbene avesse messo la manina davanti la bocca e si fosse accostata all’orecchio della nonna, lo squittio di Penny si udì senza problemi.
Prima ancora che mia nonna ribattesse o si aprisse in un ghigno soddisfatto dei suoi, io e Jacob ci alzammo in sincronia dal tavolo, rischiando di rovesciarlo.
Lui s’infilò al volo le scarpe, io afferrai di corsa lo zaino e poi ci catapultammo fuori casa.
< Io vado ad innaffiare l’orto! >
< Io vado a scuola! > furono le patetiche scuse che usammo.
Una volta chiuso l’uscio alle nostre spalle scoppiammo entrambi a ridere.
Il sole era alto nel cielo e splendeva sui suoi capelli neri, come se si stesse rifrangendo su un pezzo d’ossidiana.
Ne rimasi quasi abbagliata e dovetti sbattere le palpebre un paio volte, prima di riuscire a distogliere lo sguardo da lui.
Ok, forse un po' più di un paio.
< Buona giornata, allora, piccola. > sussurrò, chinandosi a baciarmi di nuovo sulla testa.
Lo fissai stordita, ubriaca del suo odore, e annuii, dirigendomi a scuola come un automa.
- Accidenti a lui e alla sua bellezza! -


Dammi un valido motivo per non spalmarti la faccia sul fondo del water, finchè non affoghi, a ricreazione.

Monica incurvò le sopracciglia scure, perplessa. Prese dal suo astuccio logoro una matita tutta mangiucchiata e rispose svelta, scrivendo poche righe calcate nella sua grafia disordinata.

Sono la tua migliore amica.
Mi vuoi bene.
Ho la tua felpa preferita.
Ti aiuto nei compiti di trigonometria.

Strizzai gli occhi per cercare di tradurre i suoi sgorbi e poi sorrisi, perfida.

Fantastico, sei sostituibile! Dopo me la paghi

Non mi diede nemmeno il tempo di mettere il punto a fine frase. Mon mi strappò il foglietto spiegazzato dalle mani e rispose svelta, incurvando le spalle per coprire ciò che scriveva.

Cosa avrei fatto stavolta?


Il mio commento fu lapidario.

DIEGO.

La mia amica sbiancò e volse i begl'occhi castani, contornati da ciglia lunghe naturalmente -senza bisogno dell'aggiunta di rimmel- verso il diretto interessato, che sembrava seriamente preso dalla lezione di storia americana. Chino sul libro, con una penna dietro l'orecchio destro, pareva a suo agio. Probabilmente non ricordava un accidente dell’accaduto. O almeno io speravo fosse così.
Anche se tutti avevano visto che era ubriaco come una zucchina -e quindi nessuno gli avrebbe creduto- non avrei gradito che andasse a raccontare a porci e cani di essere stato aggredito da un lupo grosso come un elefante.
Inspirai profondamente, ricacciando in gola la nausea che percepivo ogni volta che ripensavo al suo bacio disgustoso e viscido.

 
Ti ha vomitato addosso?


Scossi la testa.

E' svenuto e te lo sei dovuto trascinare in spalla fino a casa?

Negai ancora e lei assunse un'espressione accigliata. Stava per scrivere l'ennesima stupidaggine quando notò il cerotto bianco che sfoggiavo in fronte. Impallidì e un ricciolo le scivolò davanti al naso.

Oddio ti ha...stai bene?


Ha cercato di farlo. L'ho respinto e poi è intervenuto...Jacob.

Mon lesse quel nome -che io avevo scritto dopo un secondo di esitazione- e subito un sorriso trionfante e soddisfatto le si dipinse sul viso. Sembrava mia nonna il giorno che l'aveva accolto in casa. Rabbrividii.

Fammi capire: lo straniero che Brianna ha preso sotto la sua ala protettrice ti ha tolto di dosso le mani di Diego?


Annuii. Più o meno era così, tralasciando la questione del lupo.
Monica era la mia migliore amica, l'adoravo ed ero conscia che sapesse essere una tomba all'occorrenza, ma non me la sentii di rivelarle la vera natura di Jake. Sì, conosceva anche le virgole di me e della mia tragedia familiare, ma il segreto di Jacob era tutt'altra storia e, comunque, non sarei stata in grado di sbandierarlo ai quattro venti con tanta leggerezza. Non era corretto. Non era da me.
Dopotutto se lui si era premurato di nasconderlo tanto bene un motivo doveva pur esserci. Che io l'avessi scoperto era un puro caso.


Ann, è uno stalker? No perchè uno che ti segue a notte fonda per tutta la riserva tanto bene non sta!


Sorrisi. I pensieri della mia amica viaggiavano di pari passo coi miei. Era tremendamente difficile per me nasconderle qualcosa. Sapeva leggermi dentro come se avessi scritto a caratteri cubitali in faccia ciò che provavo.
Mi morsi il labbro inferiore e sperai che Monica sorvolasse sull'argomento.


Mi spieghi perchè, dopo più di tre mesi, ancora non me lo hai presentato?

Vana illusione, ovviamente.
Deglutii a vuoto, sollevando improvvisamente gli occhi sul prof, come se mi avesse richiamato. La domanda di Mon era spinosa e cercai di ignorarla. Lei mi mollò una gomitata tra le costole e battè la matita sul foglio con espressione eloquente. Sbuffai e feci per rispondere, ma venni salvata all'ultimo secondo dalla campanella.
Mai ero stata così felice di udire quel suono martellante nelle orecchie.
Mi sbrigai e raccattai la mia roba alla velocità della luce, ma la mia amica non mi mollò. Sapeva essere tenace come un mastino con un osso quando ci si metteva. Mi si affiancò in meno di mezzo secondo e riprese il suo interrogatorio, sputando ogni domanda con la velocità di una mitragliatrice.
< Allora? Com'è? Si fermerà molto? Quanti anni ha? >
In effetti, ora che ci pensavo, non avevo idea dell'età di Jacob. Avevo supposto avesse una ventina d'anni e che fosse quindi un mio coetaneo, ma il suo fisico poteva benissimo avermi tratto in inganno.
Più che altro, ora che ragionavo, noi di quel ragazzo sapevamo poco e niente...e quel poco era già scandaloso di per sè.
Aprii bocca per parlare, voltata verso Mon, ma, così facendo, non mi accorsi di Luz, impalata al centro del cortile come una statua di gesso.
Le andai a sbattere addosso, ma nemmeno quello bastò a scuoterla.
Consuelo, Dolores, Inès, Leticia e decine di altre ragazze avevano la sua stessa espressione ed erano congelate sulla scalinata esattamente come lei.
< Ma che cav... > Monica si fece largo tra le compagne, spintonando e sgomitando con poca grazia, e infine tacque e s'impietrì anche lei.
Curiosa oltre ogni dire, raggiunsi la mia amica con fatica e per poco non assunsi di nuovo la mia faccia da Munch.
Jacob, in jeans scuri e maglia bianca attillata -inutile dire che gli si potevano contare i muscoli scolpiti degli addominali- era poggiato sul cofano del vecchio Chevy con le braccia incrociate al petto e i capelli bagnati, scompigliati.
Appena mi vide si aprì in un sorriso che gli andava da un orecchio all'altro e mi venne incontro sollevandomi poi da terra per farmi fare una giravolta, come era solito fare con Penny.
Quando mi rimise giù sentii sulla schiena un centinaio di sguardi femminili infuocati pungermi come spilli.
Monica mi affiancò e sussurrò un < Questa me la paghi. Ecco perchè volevi tenertelo tutto per te. Dio santo è...è...single? > chiese alla fine -avrebbe voluto dire ben altro in realtà, lo sapevo- sorridendo a lui, che sembrava divertito da chissà cosa.
< Annie ti va di fare un giro? E' una bella giornata oggi e di stare a casa a zappare la terra proprio non ho voglia. > propose lui, tendendomi la mano.
Di colpo la gola divenne riarsa e le gambe molli come avessi gelatina al posto dei muscoli. Non sarei riuscita a spiccicare una risposta coerente nemmeno volendolo.
Perchè dovevo fare quella figura ogni volta che lui sorrideva?
Doveva drogarmi il thè la mattina di sicuro, non c'era altra spiegazione!
Monica mi spinse tra le sue braccia e mi fece segno di chiamarla dopo, cosa che ovviamente NON avrei fatto per non essere bombardata di domande.
Probabilmente me la sarei ritrovata sotto casa, poi, ma poco mi importava.
Jake mi aprì la portiera con fare galante e scherzoso, accese il quadro e diede gas, facendo quasi ruggire il motore.
Ma che gli aveva fatto? Gli aveva messo dentro i pezzi di una macchina da corsa?
Mi allacciai la cintura di sicurezza e mi spiaccicai contro il finestrino per salutare Monica, che scomparve dietro il nuvolone di polvere sollevato da Jake e dalla sua partenza in sgommata.
Mi appoggiai al sedile sospirando e gettai occhiate curiose al profilo sicuro e tranquillo del mio autista: teneva il volante con una sola mano -l'altra era fuori il finestrino- e sorrideva di nuovo, mentre il vento tiepido gli smuoveva i capelli.
Da quando mi aveva rintracciato nel bel mezzo dell'intero corpo studentersco femminile della mia scuola, quel sorriso non gli si era ancora cancellato dal viso.
Avvampai e imbracciai un immaginario bazooka con cui cercai di sterminare le miriadi di farfalline che svolazzavano gorgoglianti nel mio stomaco.
< Simpatica la tua amica... > buttò lì Jacob, quasi per caso, ostentando ancora un palese divertimento di cui mi sfuggiva la ragione.
< Si, come una spina nel dito che non riesci a levare nemmeno con le pinzette. > ed era la metafora più "decorosa" che ero riuscita a trovare per descreivere Monica.
Il suo sorriso si allargò, tuttavia non tolse gli occhi dalla strada sterrata su cui si era immesso.
Non avevo idea di dove mi stesse portando...e dire che credevo di conoscere la riserva come le mie tasche.
< Dove andiamo? >
< Davvero non sei curiosa, Annie? Non vuoi sapere perchè mi trasformo, di cosa mi nutro nell'altra forma...niente? > domandò quasi in contemporanea a me e il suo viso si ombrò.
Mi sembrava di vedergli passare in faccia ricordi dolorosi.
Forse c'era stata qualcuna prima di me che aveva conosciuto il suo segreto e lo aveva poi tempestato di quesiti in cerca di chiarimenti. Avvertii una strana stilettata al costato al solo pensiero e distolsi lo sguardo da lui.
< Ad esser curiosa sono curiosa ma non voglio sottoporti ad un terzo grado. Non sono uno sceriffo. > volevo alleggerire la tensione, ma la sua mascella si tese sotto la pelle abbronzata.
Che stava succedendo? Un minuto prima era tutto sorrisi e battute e l'attimo dopo tornava ad essere il ragazzo tetro e misterioso che avevo condotto in casa tre mesi prima.
Di nuovo mi domandai quanti segreti nascondesse ancora e se mai li avrei conosciuti tutti. Più che altro, se mai mi avesse lasciato avvicinare tanto da lasciarmeli scoprire.
Decisi, quindi, di portare la conversazione sul terreno sicuro che Jake aveva scelto. Magari si scioglieva di nuovo e potevo cavargli qualcosa di più di bocca.
< Allora...perchè diventi un lupo? >
Mi aspettavo una risposta concisa e secca, invece, inaspettatamente, lui rilassò la tensione dei muscoli e, rimanendo concentrato sulla guida, mi narrò una strana leggenda del suo popolo -i Quileute- che aveva a che fare con miti e mostri che sapevo abitassero nei racconti horror insieme all'uomo nero e gli zombie-mangia-cervello.
Vampiri e Licantropi, sostanzialmente, erano i protagonisti di quel racconto inquietante.
Rivali contrapposti per natura, destinati ad uccidersi l'un l'altro, che convivevano, però, nello stesso territorio grazie ad un patto sancito quasi un secolo prima dal suo bisnonno.
Scoppiai a ridere e Jake alzò un sopracciglio, leggermente infastidito.
< Originale, Jacob. Sai, saresti stato più credibile se avessi anche aggiunto il morso di...che so un lupo radioattivo. >
< Tu ci scherzi sopra? Annabelle mi hai visto trasformarmi coi tuoi occhi e ora non vuoi credere che il motivo per cui divento un animale sia che ho vissuto accanto a degli schifosi succhiasangue? > le sue dita strinsero il volante, illividendosi.
Forse ridergli in faccia non era stata una grande mossa. Come al solito non ero capace di combinarne una giusta.
< Jacob tu mi stai dicendo che sei davvero convinto dell'esistenza dei...vampiri? I cugini di Dracula, che dormono a testa in giù, bevono sangue, sono allergici all'aglio, alle croci, all'acqua santa e alla luce, per capirci? > chiesi, cercando di mascherare il mio tono sbigottito.
< Ce li avevo a due passi da casa, Annie, anche se non hanno proprio tutte le caratteristiche che hai elencato tu! > sbottò lui e scalò la marcia con così tanta veemenza che temetti che il cambio gli rimanesse in mano.
< Ok, ok, ho capito. > alzai le mani in segno di resa, prendendo mentalmente nota del fatto che era suscettibile sull'argomento e che era meglio non tornarci.
Jacob prese una curva stretta e mi sballottò contro il finestrino, ma quasi non si accorse che mi massaggiavo dolorante la testa.
Sembrava turbato da qualcosa. Un qualcosa che solo lui poteva vedere. L'ennesimo ricordo bruciante.
< Sei...immortale? > diedi fiato alla bocca, sputando la prima cosa che mi venne in mente.
Insperatamente gli spuntò di nuovo l'accenno di un sorriso sulle labbra.
Sospirai sollevata.
< Più o meno. > rispose criptico, spegnendo il motore.
Si voltò verso di me, con la faccia seria, e poggiò la mano destra sul poggiatesta del mio sedile.
< Se lo volessi potrei rimanere con quest'aspetto in eterno. Mi basterebbe continuare a trasformarmi. > rivelò, con una luce maliziosa negli occhi neri.
< E se invece non lo volessi? >
< Allora riprenderei ad invecchiare normalmente come chiunque, ma dovrei rinunciare ad essere lupo. >
< Hai mai pensato di...smettere? > classica domanda che si poneva a qualcuno con il vizio del fumo. Sospettai di aver fatto una gaffe. Fumare e mutare in un animale non era propriamente la stessa cosa.
< Una volta si, l'ho pensato... > mormorò e nelle sue iridi notai distintamente diapositive di una vita non troppo lontana scorrergli davanti.
Si morse l'interno della guancia e artigliò la pelle consunta dello schienale con violenza, quasi strappandone l'imbottitura.
Allora era quello il segreto di Jacob Black. Una lei che gli aveva spezzato il cuore.
Per quanto stupide ed immotivate, sentii punture di gelosia pizzicarmi il petto come un esercito di frecce.
Chiunque lei fosse doveva essere stata davvero importante. Da come ne parlava, da quello che diceva e che esprimevano i suoi occhi, Jacob ed il lupo erano due facce di una stessa medaglia. Un qualcosa di indivisibile e la rinuncia, sicuramente, non doveva esser facile.
Per lei, per questa ragazza che immaginavo bella oltre ogni dire, lui si sarebbe privato di una parte di se stesso.
Oltre che gelosa di lei, ne ero, quindi, immancabilmente anche invidiosa.
Mai nessuno mi aveva amato a tal punto. Chissà cosa si provava ad avere accanto una persona come Jake, disposta a compiere un sacrificio simile...
< Scendiamo? > lui mi riscosse dai miei pensieri.
Annuii e saltai giù dallo Chevy, atterrando su un tappeto soffice di tenera erba verde scintillante.
Alzai lo sguardo e abbracciai il meraviglioso paradiso in cui Jacob mi aveva condotto con stupore e meraviglia.
Un piccolo lago naturale dall'acqua cristallina e sfavillante dominava una radura circondata da decine alberi dalle pesanti fronde.
Il sole faceva capolino tra i rami e regalava all'ambiente una parvenza di atmosfera fiabesca.
Per qualche secondo mi sentii la protagonista di una favola che trovava, per merito della magia, un luogo incantato.
Quasi mi aspettavo di girarmi e scorgere una pietra con una spada incastonata al suo interno.
Mossi qualche passo incerta, temendo di rovinare la bellezza di quel posto con le mie scarpe infangate, e Jacob mi prese per mano, conducendomi alle sponde dal lago, dove si sedette tra i giunchi.
La sua mano bollente mi provocava uno strano formicolio sulla pelle e così mi distrassi.
Quando lui mi strattonò, con l'intento di riscuotermi, gli caddi, quindi, addosso come un sacco di patate. La mia figuraccia giornaliera, tanto per cambiare.
Jake rise e mi scostò i capelli dalla fronte, facendomi rendere conto di quanto vicini fossero i nostri visi.
Potevo quasi contare le pagliuzze delle sue iridi, le ciglia e le pellicine delle labbra che ogni tanto si mordeva, come me.
Il suo respiro caldo mi solleticava la faccia e mi faceva arrossire.
Cercai di sollevarmi dalla scomoda posizione, ma lui mi bloccò i polsi e avvicinò pericolosamente la bocca alla mia.
< No! > esclamai, voltando d'istinto la testa e dandomi della cretina due secondi cronometrati dopo.
Jake si tirò a sedere e mi aiutò a fare lo stesso, senza darmi modo di capire se fosse infastidito o meno dalla mia reazione.
Perchè lo avevo respinto?
Che cavolo mi aveva detto il cervello in quel momento? Probabilmente la nonna aveva ragione: avevo delle pigne in testa, per questo non ne combinavo mai una giusta.
< Non dovevo, hai ragione. Fa' finta che non abbia fatto nulla, Annie. > disse lui, passandosi una mano tra i capelli ormai asciutti.
Si tolse le scarpe e affondò i piedi in un'acqua che valutai essere ghiacciata.
< Sai, ho trovato questo posto in una delle mie ronde notturne e... >
< Come si chiama? > gli chiesi a bruciapelo, raccogliendo le ginocchia al petto e poggiandoci sopra la testa.
Jacob assunse la sua miglior espressione confusa.
Sorrisi del suo finto cadere dalle nuvole.
< Come si chiama la ragazza che ti ha ferito, Jake. > alzai una mano per prevenire qualunque eventuale protesta < So che esiste. Te lo leggo in faccia. Quello del lupo non è il segreto più grosso che ti porti dietro. E' come se l'avessi sempre davanti agli occhi, lei. > dichiarai con fermezza, rendendomi conto, d'improvviso e a scoppio ritardato, che era proprio quello il motivo per cui non mi ero fatta baciare.
Non volevo essere la bambola di nessuno.
Non mi sarei prestata al suo perverso "chiodo scaccia chiodo", nè l'avrei baciato illudendomi che fosse ME che voleva.
Voleva LEI.
Ogni muscolo del suo corpo sembrava gridarlo strenuamente, a pieni polmoni.
La sua assenza lo logorava e lo rendeva lo spettro del fantastico ragazzo che doveva essere stato.
Doveva averla amata davvero tanto. Anzi, doveva amarla ancora da morire.
< Isabella. Bells. > udii a stento la sua voce, talmente era bassa.
Perfino il cinguettio lontano di alcuni uccelli era più forte delle sue parole.
< Mi ci hai chiamato una volta così. Pensavi a lei? > domandai, realizzando che, forse, avevo sempre saputo che era questo in realtà che nascondeva, ma avevo scelto di ignorarlo, impedendomi così d'interessarmi a lui e alla sua vita.
Ora era troppo tardi.
Ero PIU' che interessata.
< La ami, vero? >
< Lei si è sposata con un altro. > affermò con tono incolore. Lo stesso che aveva usato spesso nei primi tempi con me, quello che veniva accompagnato dallo sguardo glaciale.
Jake serrò le mani a pugno attorno a qualche stelo d'erba e iniziò a tremare.
Il ricordo era ancora vivo in lui. La cicatrice era fresca e probabilmente sarebbe rimasta tale anche a distanza d'anni.
I suoi occhi mi stavano comunicando che non l'avrebbe mai dimenticata, nemmeno se avesse vissuto altri cinque secoli.
Nessuno mai avrebbe potuto reggere il confronto.
Avevo fatto, dunque, bene a rifiutare quel bacio -Mon il giorno dopo mi avrebbe sicuramente preso a librate in testa quando gliel'avrei raccontato-.
< Lei sapeva quello che provi? > domandai, scegliendo volutamente di usare il tempo presente.
< Io e lei abbiamo fatto l'amore la sera prima del suo matrimonio. > asserì alzandosi di scatto.
Fu così rapido che non riuscii a distinguere che una macchia sfocata vicino ad un albero a pochi metri da me.
Ringhiando, scagliò un pugno contro la corteccia e poi vi si appoggiò contro, come se fosse esausto.
Dio mio ma che mostro era quella donna?
Si era presa gioco di lui? Si era voluta divertire prima di diventare una casalinga annoiata?
La odiai d'impulso. Quella Isabella era la causa del dolore di Jacob e io non volevo vederlo soffrire. Io mi ero impegnata tanto per fargli riconquistare il sorriso e quella invece aveva fatto l'opposto.
Di sicuro non lo amava o, comunque, se lo amava, era un tipo d'amore strano e contorto.
Jake era scosso da tremori violenti e artigliava il tronco del povero albero innocente, gridando come se lo stessero bruciando vivo.
Era una scena straziante ed io mi sentii impotente.
Cosa potevo fare per lui? Come potevo farlo sorridere di nuovo e alleviare quella sua pena?
Mi voltai alla ricerca di qualcosa che lo distraesse da quegli atroci ricordi, ma riuscivo a scorgere solo le placide acque del lago dipinte del colore del sole, alberi e ancora altri alberi a perdita d'occhio.
Mi sporsi e improvvisai.
Mi riempii la bocca d'acqua e poi, con cautela, mi avvicinai a Jacob, che non se ne accorse nemmeno.
Picchiettai sulla sua spalla e lui si volse di colpo, con gli occhi ridotti a due fessure iniettate di sangue.
Prima di potermelo impedire -stavo per mettere in pratica una delle mie solite pessime idee- sputai tutto ciò che avevo in bocca sulla sua faccia e mi preparai a correre.
L'espressione di Jake passò da furiosa a sconcertata nel tempo di un mio respiro affannoso.
Si ripulì il viso con una mano e poi mi guardò fuggire, esplodendo in una poderosa risata.
< Scappa Annie! Se ti prendo ti affogo! > mi minacciò rincorrendomi con uno slancio.
Sapevo che mi avrebbe raggiunto e quindi non mi sforzai nemmeno più di tanto a cercare di distanziarlo.
Ciò che m'importava era solo di essere riuscita nel mio intento: Jacob aveva abbandonato le sue tristi elucubrazioni mentali e stava sorridendo di nuovo.
Mentre mi afferrava per la vita e sollevava per aria, ignorando i miei tentativi di liberarmi, pensai che avrei dovuto mettere da parte qualche soldo.
Avevo in mente di andare a trovare quella Isabella e scambiarci quattro chiacchiere e -perchè no- darle anche un paio di sberle.
Non si illudeva qualcuno come aveva fatto lei! Il mostro non era il lupo che Jacob aveva sottopelle, bensì quella donna senza scupoli e sentimenti.
Facendo l'esatto opposto di quanto mi fossi aspettata, Jake si buttò davvero nelle gelide acque del lago, tenendomi in braccio.
Ovviamente non avevo preso aria e quindi ingoiai mezzo litro di acqua e rimersi tossendo e sputando come una fontana rotta.
Lui, nel frattempo, si spanciava dalle risate e mi schizzava, come un bambino piccolo che faceva il primo bagno al mare.
Dio, era bello da togliere il fiato.
Dove lo aveva trovato il coraggio quella cretina di cancellargli il sorriso dalla faccia? Non si era accorta di che persona meravigliosa avesse accanto?
Mi avvicinai a lui, meditando vendetta, ma poi cambiai idea.
Probabilmente me ne sarei pentita la mattina dopo, a mente fredda, ma non m'importava.
La morte dei miei genitori mi aveva insegnato diverse cose, tra cui anche godere di ogni momenti che la vita ti regalava, così come capitavano per non rischiare di avere rimpianti futuri.
Per quel che ne sapevo il cupo mietitore poteva aspettarmi dietro la porta di casa, occhieggiando ansioso all'orologio, quindi tanto valeva godersi quell'attimo fino in fondo.
Perciò, cogliendolo alla sprovvista, gli presi il viso -bollente anche bagnato d'acqua ghiacciata- tra le mani e premetti le mie labbra livide sulle sue febbricitanti, su cui rotolavano gocce cristalline.
Jacob rispose immediatamente al bacio, tirandomi a sè, tentando anche di scaldarmi e acquietare i miei brividi di freddo.
Lasciai che mi esplorasse la bocca e saziasse la fame che avevo di lui, da quando lo avevo trovato nudo nell'orto, senza protestare.
Sapevo bene che in quel momento nella sua testa non ero io quella che lui accarezzava, stringeva e toccava, ma cercai di scacciare quel pensiero, fastidioso come una zanzara.
Ero felice e lo era anche lui, sebbene per ragioni diverse.
Non sapevo quanto sarebbe durato quell'idillio, ma decisi che avrei fatto l'impossibile per continuare a vederlo sorridere.
Ero un'idiota, forse peggiore di quella Isabella, perchè sapevo che probabilmente mi sarei innamorata di quell'energumeno bello come un Dio, ma se dovevo giocarmi il cuore tanto valeva che lo facessi con uno per cui l'intero corpo studentesco femminile della mia scuola aveva sbavato!

1 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

Io vorrei avere un decimo della forza che ha Annie. Insomma sono pochi i personaggi che si infilano in una storia consapevoli di uscirne con il cuore a pezzi. Lei sa già dove andrà a parare eppure dopo un primo attimo di esitazione decide di fare il passo lo stesso. Forse è un po’ azzardato ma il modo in cui Annie si dà mi ricorda il modo di amare di Jacob. Lui ha sempre saputo che non sarebbe stato la scelta di Bella eppure l’ha amata fino a l’ultimo con tutto se stesso anche se sapeva di uscirne a pezzi. Rivedo in Annie lo stesso atteggiamento il mettere l’altro prima di se stessi. Voler vederle il sorriso sul volto di quella persona non importa a quale prezzo.

È bellissimo questo Jake lacerato. Fra il passato e il presente. Un Jake che non riesce a dimenticare nonostante si sia sforzando. Quell’ombra negli occhi e poi il sorriso. Sprazzi del vecchio Jake solare che vengono sostituiti da quello sofferente. Ed è così brutto vederlo soffrire, si capisce tutto il suo dolore e vedere la loro storia con occhi esterni, ti fa ancora più prudere le mani perché chi non ha pensato almeno una volta che bella è stata una vera cretina a sprecare tutto questo?

Quasi quasi farei davvero una colletta per Annie per spedirla in florida a darle due sberle. Sarebbero tutte meritate.

Altro da dirti non c’è perché sai già tutto. Quindi dico solo ti adoro e a giovedì prox

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