"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

martedì 17 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XVII

XVII
- Mine antiuomo -

< Non sei un po’ troppo vecchia per andare ancora a scuola? >
Alzai gli occhi al cielo, assestandogli una gomitata che, probabilmente, fece più male a me che a lui.
Sogghignò sottovoce e mi strinse di più, riparandomi dal freddo pungente che spirava feroce contro di noi.
< In effetti dovrei essere diplomata da un paio d’anni almeno. > risposi controvoglia, rannicchiandomi contro il suo petto caldo e rassicurante.
Il cielo, sopra di noi, era un mare in tempesta che mischiava grigio, blu, azzurro e bianco. Minacciava di rovesciare giù un acquazzone coi fiocchi.
Poco male: l’indomani avrei poltrito un po’ sotto le coperte, concedendomi un meritato riposo.
Con tutte quelle nottate all’aperto con Jake era difficile che riuscissi a farmi un sonno ristoratore decente. Non me ne lamentavo, tuttavia.
Conoscerlo poco a poco, un pezzo alla volta, a piccoli morsi, a piccoli sorsi, mi piaceva.
Mi piaceva fin troppo.
Sapevo che niente di quello che stavamo costruendo era destinato a durare. Era come erigere un castello in aria senza fondamenta.
Lui le basi le aveva gettate con Isabella. Non le avrebbe certo sradicate per me e, tanto meno, io glielo avrei mai chiesto.
Non mi ero certo illusa di essere in grado di soppiantare un amore tenace come il suo.
A distanza di sette, otto mesi, era ancora presente dentro di lui.
Pulsava.
Lampeggiava.
Sconquassava il suo animo e, a tratti, gli spegneva lo sguardo e stritolava il cuore.
Il più delle volte riusciva a mascherarlo: si appiccicava in faccia un sorriso posticcio giusto il tempo di ingoiare quel groppo doloroso e spigoloso che gli ostruiva la trachea e rendeva difficoltoso respirare.
Mi baciò una tempia con quelle labbra morbide e bollenti di cui ero diventata dipendente.
Ogni volta che sfioravano le mie andavo in estasi.
< Sei dura di comprendonio? Vuoi delle ripetizioni? > chiese con un sorriso nella voce.
Stava cercando di scavare dentro di me, di arrivare in fondo e comprendermi appieno con gentilezza, come io avevo fatto con lui.
Sospirai.
Ero davvero sicura di volermi avventurare su quel terreno dissestato dai ricordi? Uno di essi sarebbe potuto esplodermi sotto i piedi, come una mina antiuomo, sbriciolandomi.
Ero anche pronta a correre il rischio ma…chi mi avrebbe rimesso insieme?
< Mi dispiace, Annie. Sono un bravo tuttofare ma, anche volendoti aiutare, trigonometria non è proprio il mio forte. > tentò di scherzare lui, ma il modo in cui serrò le dita sulle mie spalle nude mi diede modo di capire che anche una frase banale come quella era legata a LEI.
Quanto sarebbe rimasto ancora con me, facendosi andare bene a forza quella vita che gli stava stretta?
Non lo vedeva anche da solo che le cuciture stavano cedendo? Il prossimo movimento improvviso poteva essere lo strappo decisivo.
< Ho perso due anni di scuola dopo la morte dei miei genitori. > sbottai d’improvviso, prima di potermene pentire.
Il respiro caldo di Jake mi solleticò la nuca scoperta.
Si tese alle mie spalle. Di certo non si aspettava quella confessione.
< Ho avuto un crollo nervoso dovuto ai sensi di colpa. >
Chiusi gli occhi e volai in aria, sbalzata lontano dalla deflagrazione potente di una mina.
< Non sei costretta a parlarne…io…scusa, Annie. Cambiamo argomento > il suo tono carico di dispiacere mi bastava.
Mi feci forza e, strisciando a terra, raggiunsi il ricordo successivo, stringendo i denti dal dolore.
Jake serrò la presa e mi cullò tra le braccia.
Era sufficiente quel suo gesto semplice per farmi andare avanti, incurante delle stilettate di sofferenza.
Riuscivo a tener duro grazie a lui ed alla sua presenza confortante.
< Stavamo andando a trovare la nonna, dall’altro capo della città. Papà guidava con una mano fuori dal finestrino ed il viso sereno. Mamma intonava dei canti e Penny cercava di starle dietro storpiando tutte le note… >
Inspirai a fondo e rabbrividii. Il corpo di Jacob era caldo, ma non abbastanza in quel frangente.
Mi accarezzò i capelli, scostandoli di lato, e mi baciò una spalla.
Battei le palpebre ed una lacrima mi scivolò lungo la guancia, senza che lui se ne accorgesse.
Con voce malferma, tentai di proseguire.
< Io stavo messaggiando con un ragazzo che mi piaceva... Papà mi sgridò per il suono fastidioso dei tasti, ma io me ne infischiai. Alla fine lui si voltò esasperato per togliermi il cellulare. Perse di vista la strada e… >
Tacqui, incapace di continuare.
Le lacrime scendevano ormai copiose ed il mio corpo era maciullato da quelle maledette mine antiuomo.
Jacob mi costrinse a voltarmi e premette il mio viso nell’incavo tra il suo collo e la spalla, consolandomi come poteva.
Gli artigliai la schiena cercando di arginare quella sofferenza devastante che scavava dentro di me il letto di un fiume impetuoso. Tra le sue acque torbide non c’erano ciocchi di legno galleggianti, qualche vecchio scarpone o lattine arrugginite, bensì brandelli di vita, suoni stridenti di freni, un camion verde acido, grida di paura e lamiera accartocciata come un foglio di carta.
Piansi senza ritegno, cullata dal vento che fischiava tra i rami spogli degli alberi da frutto del nostro orto e dal calore inebriante di Jake.
Avevo deciso che non avrei più versato una lacrima per mia madre e mio padre il giorno del funerale.
Nonna Brianna mi aveva sussurrato all’orecchio una frase che mi aveva segnato e che da allora cercavo di mettere in pratica ogni giorno.
< Credi che loro vorrebbero vederti triste? Consumata dal dolore? Piccola mia, i tuoi genitori ti hanno donato la vita e di sicuro vorrebbero che tu la vivessi appieno, sempre col sorriso sulle labbra >
Mi ero quindi armata di pala e avevo seppellito il dolore, riportando a galla solo frammenti di ricordo dolci e piacevoli, che non facevano male.
Però, forse, era giusto che ogni tanto mi lasciassi andare, che rievocassi quello scenario di morte contornato di sangue che tanto mi aveva angosciato, fino a portarmi sull’orlo della depressione.
Dovevo farlo per non dimenticare.
Ero risalita dal mio angolo d’inferno solo per Penny, per quell’angioletto dai grandi occhi blu che non aveva altri che me.
< Annie è vero che tu non andrai in cielo a fare compagnia a mamma e papà? Io non voglio stare sola e poi voglio continuare a mangiare i tuoi biscotti al limone a merenda! >
Una frase buttata lì da una bambina, che da poco aveva imparato a camminare sulle sue gambette, compì un’impresa in cui decine di psicologi e farmaci avevano fallito.
Ero di nuovo in piedi. Ero ancora pronta a correre e a saltare gli ostacoli a testa alta.
A poco a poco gli spasmi del mio corpo si acquietarono.
Jacob mi staccò con dolcezza dal suo corpo e mi scrutò con i suoi occhi neri e profondi, cercando di trasmettermi comprensione.
Mi aveva parlato di sua madre Sarah e del suo incidente, perciò chi meglio di lui poteva capire?
Gli gettai le braccia al collo e mi avventai sulle sue labbra, desiderosa soltanto di annullare il resto del mondo con uno schiocco di dita.
Volevo che scomparisse tutto e che lui potesse rimanere con me a lungo, il più a lungo possibile.
La sua lingua trovò la mia con facilità. Afferrò i miei fianchi con quelle mani grandi e decise e mi spinse contro di lui con un ringhio roco.
Immersi le mani nei suoi capelli lunghi e folti, spettinandolo come piaceva a me. Lui, dopo, se ne sarebbe lamentato come al solito e, al solo pensiero, sorrisi.
Jacob mi morse il labbro inferiore e riaprì gli occhi, senza staccarsi del tutto. La sua bocca sfiorava la mia ad ogni parola.
< Scusa, non volevo rattristarti... >
La luna si affacciò sopra le nostre teste e illuminò i suoi capelli corvini.
Scossi la testa
E mi baciò ancora, con più passione, con più forza, come se tentasse di scacciare con le sue labbra quei ricordi dolorosi.
-Quanto spazio c’è in quel tuo cuore martoriato? Sgomitando mi sono aperta un varco, Jake, te ne sei accorto? Perché mi hai lasciato entrare? Credi forse che io non ti ferirò? Probabilmente è così…Sarai tu a ferire me, perché io ormai sono coinvolta troppo. Ho paura persino di un tuo sorriso. Potrebbe farmi salire il cuore in bocca e tu lo vedresti. Non sono come LEI, non lo sarò mai. Ma se ti posso bastare per il momento, prendimi pure. Prenditi tutto ciò che posso darti. In cambio prometti di non sigillare le tue emozioni. Non sopprimerle, è inutile. Lascia che le veda. Lascia che lenisca, almeno in parte la tua angoscia. Lasciami entrare, Jake. Lasciami entrare… -

< Quando avevi intenzione di dirmelo che vi siete baciati? >
Monica mi assestò una gomitata tra le costole, mozzandomi il fiato in gola.
Mi strozzai col mio panino al prosciutto e per poco non mi uscirono gli occhi fuori dalle orbite.
Mi fermai a lato della scalinata che conduceva all’ingresso di scuola e tentai di riprendere aria, lanciando nel contempo occhiate assassine alla mia amica.
< Vi ho visti stamattina! Ti ha accompagnato con quel ferro vecchio di Brianna e ti ha augurato una buona giornata in un modo tutto speciale! Annie sono OFFESISSIMA! > sbottò lei, incrociando le braccia sotto il piccolo seno.
Sbuffai, prendendo mentalmente nota del fatto che Jacob me l’avrebbe pagata per quel terzo grado che ora subivo a causa della sua malsana idea di accompagnarmi.
< E’ stato solo un semplice bacio, Mon… > tentai di minimizzare, alzando le spalle e incamminandomi verso casa.
< Sì, e io sono la fata madrina! Ma pensi che sia tonta? Un semplice bacio è quello che io potrei dare a te sulle labbra! > fece il gesto di avvicinarsi con la bocca protesa e gli occhi strizzati, ma la scansai agile, disgustata.
< Dacci un taglio, ok? Non significava nulla! >
Monica mi fece il verso e adeguò il suo passo al mio, affiancandomi. Si sistemò meglio lo zaino in spalla e storse il naso.
< Se non significava nulla perché stavi avvinghiata a lui come un polipo? Giuro che non ho mai visto nessuno mettere in un bacio SENZA IMPORTANZA mezzo metro di lingua. >
Avvampai e quasi incespicai in una radice sporgente.
Ma da quando aveva l’occhio così lungo? Era cieca come una talpa per la miseria!
< E’ complicato, Mon. Lui…ha la testa altrove. > cercai di spiegarle agitando le mani e rischiando di mollarle una pizza in pieno viso.
Sbuffò.
< Chi se ne frega della testa o del cuore, Ann! Il corpo ‘sta qua e fidati per una bella scopata basta e avanza! >
Spalancai la bocca sconcertata. Non avevo sentito bene, di sicuro.
Monica era la persona più mite, pudica e compita che conoscessi. Quando si era trasformata in quell’essere “sex, drugs and rock ‘n roll”?
< Oh, andiamo, non guardarmi così! Non sono un’aliena. E’ che quel pezzo di ragazzo che tu nascondi a casa tua ha effetti devastanti sulla psiche femminile! > spiegò lei con un’alzata di spalle, fermandosi al limitare del nostro orto.
Il “pezzo di ragazzo” in questione stava annaffiando i pomodori a petto nudo nonostante fossimo a metà Dicembre.
Non che facesse particolarmente freddo, ma non era nemmeno il caso di sfidare la natura e rischiare di prendersi una polmonite!
Monica, al mio fianco, sospirò e calciò una zucchina, ammaccandola.
< Datti da fare amica mia! Se è vero che ha la testa altrove potrebbe decidere di seguirla presto…e tu non ti saresti nemmeno tolta lo sfizio! >
Mi baciò sulla guancia tre volte e poi sussurrò maliziosa al mio orecchio, sperando, forse, che Jake non la udisse.
Peccato per lei che fosse un licantropo dall’udito sopraffino.
< E se tu non vuoi levartelo lo sfizio posso immolarmi io la tuo posto! >
Jacob si aprì in un sorriso smagliante ed io gli passai accanto a testa china, rossa come i pomodori che lui stava bagnando.
Ma perché Mon non si cuciva la bocca?
Tanto poi ero io a dover condividere con lui la casa, mica lei!
< Annie? > lui mi richiamò e, in automatica risposta, i miei piedi si bloccarono.
Mi voltai, cercando di indossare un’espressione neutra, ma i miei buoni propositi vennero annacquati da una pioggia gelida.
< Jacob! > esclamai furiosa, correndo verso di lui, tentando di sottrargli il tubo e rendergli pan per focaccia.
Lui rise e continuò ad inzupparmi senza pietà.
Quando gli arrivai ad un soffio dal viso chiuse il rubinetto.
Gli afferrai un orecchio con le dita gocciolanti e lo tirai vicino a me, cercando di farlo sentire in colpa con uno sguardo di brace.
La sua espressione angelica, però, eliminò all’istante qualunque residuo di rabbia.
< Pensavo avessi bisogno di una doccia gelata per freddare i tuoi bollenti spiriti. > scherzò, sorridendo ancor di più.
Persino i suoi occhi sorridevano.
Cazzo, dovevano dichiararlo illegale un sorriso come quello.
< Dovevi farla a Monica la doccia, scemo! > lo rimproverai e poi gli starnutii in faccia.
< Se mi prendo il raffreddore, Jacob Black, giuro che ti lascio a digiuno per una settimana! > lo minacciai agitandogli un dito sotto il naso.
Lui rise ancora e poi lasciò cadere il tubo, sollevandomi tra le braccia, senza sforzo.
< Che diavolo fai? Mettimi giù, Jake! Scherzavo! Ti preparo una lasagna al volo, ti và? > provai a districarmi dalla sua presa d’acciaio dimenandomi come un’anguilla e assestandogli pugni sulle spalle e calci all’addome.
< Smettila, Annie. Voglio solo assicurarmi il pasto! >
Entrò in casa senza pulirsi le scarpe e si diresse a passo sicuro verso il bagno.
< Nonna! Nonna, aiutami! > gridai, agitandomi ancora.
< Brianna e Penny sono andate al supermercato. > mi comunicò lui con un tono che non mi piaceva affatto.
Era troppo, TROPPO malizioso.
Mi mise finalmente giù e si allontanò da me.
Io lo fissai inferocita, con le mani sui fianchi, intuendo solo troppo tardi dove diavolo mi aveva portato.
< No! Jake non ci provaaaaaa… > Aprì il getto d’acqua bollente mentre parlavo e mi bagnò di nuovo, una seconda volta.
< Sei un troglodita! > lo aggredii e gli tirai i capelli, sporgendomi dalla vasca.
Lui rise di nuovo e cercò di divincolarsi, ma più si dimenava più io rafforzavo la presa.
Alla fine si arrese e, con un ghigno poco rassicurante, si buttò addosso a me.
< Che cavolo fai? > domandai stupita, cercando di alzarmi dal fondo della vasca.
Lui mi sputò un po’ dell’acqua che aveva bevuto in faccia e mi tolse i capelli fradici appiccicati in fronte con un’aria improvvisamente seria.
Le goccioline d’acqua gli scendevano sul naso e gli correvano sulle labbra generose, che si avvicinavano pericolose alle mie.
Serrai gli occhi e tentai di scacciarlo via ma fu inutile.
La sua bocca famelica trovò la mia arrendevole e se ne impossessò senza difficoltà.
Mi mise meglio sopra di me, facendo sì che il getto d’acqua s’infrangesse solo sulla sua schiena muscolosa e a me arrivassero solo gli schizzi.
Mi spinsi contro di lui, vincendo ogni pudore, e lo sentii gemere.
Si sostenne con un solo braccio, mentre con l’altro cercava di togliermi la maglietta bagnata che avevo incollata addosso.
Scivolai, cercando di aggrapparmi alle sue braccia e lui rise sulla mia clavicola, leccandomi il collo.
Ansimai ed aprii gli occhi.
Le sue iridi d’ossidiana mi scrutavano ansiose, timorose di compiere un gesto troppo azzardato.
Tutto intorno a noi solo vapore caldo e scroscio d’acqua.
Alzai la testa e lo baciai ancora, in un muto assenso, e nel frattempo cercavo di arrivare alla zip dei suoi jeans corti.
Jacob tentò ancora di spogliarmi del mio misero indumento ma, non riuscendoci, me lo strappò di dosso senza tanti complimenti e mi accarezzò un seno coperto da un impalpabile strato di pizzo.
Sussultai e reclinai la testa all’indietro.
< Oh! Ehm, credo che la pipì aspetterò per farla. Continuate pure ragazzi… >
Mia nonna sbucò dalla porta del bagno con la faccia compiaciuta e poi si ritirò trascinandosi via Penny che scalciava imbizzarrita alle sue spalle per vedere cosa succedeva.
Jacob soffocò una risata e tentò di riprendere da dove c’eravamo interrotti ma ormai l’incanto era spezzato.
Mi alzai a sedere e lo spinsi via, recuperando quel briciolo di sanità mentale che mi era rimasta.
Afferrai il mio accappatoio e, avvolgendomelo addosso al rovescio, uscii gocciolando dal bagno, lasciandolo solo nella vasca coi jeans slacciati e l’espressione delusa, bagnata da un getto prepotente d’acqua bollente.

Un'aria densa di pioggia mi abbracciò stretta quando misi piede fuori casa per andare da lui.
Non era sul divano, ma non ne ero stupita.
Sapevo perfettamente dove fosse e cosa stesse facendo.
Contemplava la luna, che occhieggiava da dietro uno spesso strato di nubi scure e minacciose, seduto sulla terra fredda nel retro.
L'avevo trovato nella stessa posizione la prima volta e tutte quelle a venire: le spalle appoggiate al ruvido muro del cottage e il naso all'insù.
In punta di piedi aggirai la casa, sapendo che comunque avrebbe udito i miei passi.
Rabbrividii e mi strinsi nelle spalle, rimpiangendo il caldo piumone che avevo lasciato con rammarico in camera mia.
Sotto c'avevo nascosto alla bell'e meglio un paio di cuscini. Se Penny si fosse svegliata e non mi avesse trovato sarebbe scoppiato il putiferio...soprattutto se mi avessero trovato con Jake.
Arrivai al limitare dell'orto e lo trovai perso nella contemplazione del cielo proprio come mi ero aspettata: a petto nudo e con le gambe strette dalle braccia muscolose.
Rimasi immobile per qualche istante, imprimendomi nella mente ogni dettaglio che riuscivo a catturare da quella distanza: la pelle bronzea spennellata qua e là di pallida luce lunare, i capelli lunghi e neri come la notte che rifulgevano d'argento e gli occhi imperscrutabili, scolpiti nell'ombra.
Presi coraggio e lo raggiunsi. Lui sorrise, sempre tenendo la testa rivolta all'insù, e mi fece spazio tra le sue braccia.
Mi proteggeva dal freddo col suo calore invitante.
Chiusi gli occhi e appoggiai la testa alla sua spalla, dandomi della cretina per la centesima volta.
Perchè ero fuggita quel pomeriggio?
Di cosa avevo paura?
Dei commenti provocanti della nonna, delle insinuazioni pungenti di mia sorella oppure di me?
Sospirai. Conoscevo fin troppo bene la risposta giusta.
Era facile ripetermi fino alla nausea che lui non era mio e che se ne sarebbe andato presto; un po' meno facile era convincere me stessa di quelle parole.
C'eravamo andati vicino decine di volte al passo finale.
Ma se poi avessi fatto tacere la ragione e mi fossi lasciata andare completamente, come facevo ad essere sicura di saper di dargli un solo pezzo di me?
Non ero tipo da "una scopata e via", per dirla alla Mon.
Ero quella che insieme alla pelle donava pure il cuore...ed era martoriato a sufficienza, senza che si divertisse anche lui a ridurlo in poltiglia.
Sospirai di nuovo.
< Parlami dei tuoi fratelli, Jake > gli chiesi, sperando che la sua voce roca e bassa fosse sufficiente a zittire i miei pensieri.
Lui sorrise e si intrecciò una mia ciocca di capelli al dito, descrivendomi tutti i membri del suo branco con minuzia di dettagli.
C'era Quil, che aveva avuto l'imprinting con una poppante -testuali parole-; Embry, che cambiava donna come cambiava i calzini -la scusa che adduceva era che non voleva impegnarsi seriamente con qualcuna per non ferirla in seguito, con l'imprinting-; Sam, l'alfa, logorato dai sensi di colpa per il cuore spezzato di Leah e per gli sfregi che Emily aveva addosso; Paul, il cazzone -sempre testuali parole-; Jared, il cagnolino fedele di Kim; Leah, l'acida e rompipalle ex di Sam; Seth, il più giovane del branco, che adorava essere lupo almeno quanto leggere fumetti.
Quando tacque ebbi l'impressione di conoscerli da sempre e di sapere persino che faccia avessero, come fossero miei vecchi amici.
< Isabella è il tuo imprinting? > quella domanda mi scappò di bocca prima che potessi mordermi la lingua.
Jacob, invece di irrigidirsi come mi ero aspettata, emise una specie di ringhio.
< No > rispose dopo qualche attimo, poggiando la fronte cocente sulla mia spalla.
Inspirò avidamente, come se avesse vissuto in apnea fino a quel momento.
< Sai di lampone, Annie. E' buono > osservò, cambiando discorso.
Evidentemente non voleva parlare di lei.
Non la menzionava quasi mai. Quelle poche cose che sapevo gliele avevo tirate fuori con le pinze.
Isabella Swan aleggiava, tuttavia, tra noi come uno spettro onnipresente.
Un taboo impronunciabile.
Una ferita mai cicatrizzata.
Io mi limitavo a fare in modo che non s'infettasse.
Jacob mi accarezzò con gesti lenti le braccia e poi mi mordicchiò il collo.
Sapevo bene quali erano le sue intenzioni ed il mio corpo rispondeva in modo inequivocabile, ma ero davvero pronta ad andare a letto con lui senza lasciarci un pezzo d'anima?
Ero in grado di ignorare il fatto che lui non avrebbe amato, baciato, toccato me, ma LEI?
Sospirai ancora, rabbrividendo di piacere quando lui prese il lobo del mio orecchio destro tra i denti.
Tornai con la mente al giorno in cui l'avevo baciato la prima volta, al lago.
Mi ero ripromessa che avrei fatto l'impossibile per renderlo felice ed era ciò che mi stavo impegnando a fare da un paio di mesi a quella parte.
Il rovescio della medaglia? Avevo perso la testa.
Mio malgrado, mi ero innamorata.
Avevo tentato di soffocare, strozzare, sterminare i miei sentimenti con ogni tipo di arma possibile ed immaginabile.
Non era servito ad un tubo, quindi tanto valeva dargli proprio tutto.
Una scopata e via, tanto per non avere rimpianti futuri una volta che se ne fosse andato. In fondo, non era la mia prima volta e, magari, non mi sarebbe rimasta impressa più di tanto.
Si, come no, a chi volevo darla a bere?
Serrai le palpebre e mi voltai nel suo abbraccio, prima di poterci ripensare, e lo baciai con avidità.
Passai le mani sulla sua schiena, disegnando il contorno di ogni muscolo, e mi inarcai contro di lui, che strabuzzò gli occhi mentre mi baciava.
Probabilmente aveva pensato che sarebbe andato in bianco pure quella volta, ciononostante la sua sorpresa durò ben poco.
Con una mano premette sulla mia schiena e con l'altra mi aiutò a sedermi in braccio a lui.
Gli chiusi le gambe intorno al busto e lasciai che mi togliesse la maglietta del pigiama: sapevo che non avrei avuto freddo con la sua pelle premuta contro la mia.
Arrivai, per la seconda volta nell'arco di una giornata, alla chiusura lampo dei suoi jeans e feci per slacciarla ma lui mi bloccò con un polso, sussurrando al mio orecchio < Se lo fai, stavolta vai fino in fondo. >
Boccheggiai e con un colpo deciso abbassai la zip, mentre lui si alzava in piedi tenendomi in braccio.
Mosse un passo per rientrare in casa, ma era troppo pericoloso con mia nonna che soffriva d'insonnia.
< Qui > mormorai al suo orecchio e lui non se lo fece ripetere due volte.
Mi sbattè con dolcezza addosso al muro e mi mise giù il tempo di liberarmi anche dei pantaloni e degli slip con gesti rapidi e frenetici.
Gli graffiai la schiena e gli tolsi jeans e boxer, prendendolo in mano.
Jacob reclinò la testa ed emise un rantolo gutturale.
Mi diede modo soltanto di accarezzarlo e poi mi riprese in braccio, strappando il reggiseno nero che avevo indossato al posto di quello bagnato.
Si chino e mi stuzzicò il seno con la lingua fin quando non mi sentì gemere.
Solo allora mi bloccò i polsi con una mano e mi penetrò con violenza.
Non c'era dolcezza o gentilezza in quell'amplesso.
Soltanto un bisogno disperato e spasmodico di entrambi: lui di cancellare col mio corpo il ricordo di quello di Isabella, il mio di concedermi a lui, sperando che poi lasciarlo andare sarebbe stato più facile.
Era pure follia, a livello razionale lo riconoscevo, ma la mia mente era troppo annebbiata dal desiderio perchè potessi fermarmi.
Jake si mosse dentro di me con ritmo subito veloce, mordendomi le labbra e stringendomi le mani quasi fino a farmi male.
I nostri respiri bollenti si condensavano in nuvolette di vapore sopra di noi.
Sperai che mia nonna non fosse sveglia, dato che eravamo sotto la sua finestra.
Lui ringhiò e le sue spinte aumentarono di intensità.
Rantolai e mi aggrappai con più forza a lui, baciando quelle labbra incandescenti che mi facevano perdere il senno.
Venne all'improvviso, reclinando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi, appagato.
Serrò le labbra, ma quel nome gli sfuggì comunque di bocca e mi trafisse come un pugnale affilato.
Un'unica lacrima colò dei miei occhi, mentre raggiungevo anch'io l'orgasmo con un sospiro.
Mi strinse forte e tremò contro di me, accucciandosi a terra e tenendomi saldamente premuta contro il petto.
Ci rivestimmo in fretta e senza controllare di mettere gli abiti dal verso giusto.
Abbandonai la testa contro la sua spalla -quella tatuata- e chiusi gli occhi.
- Isabella Swan, non hai idea dellla fortuna sfacciata che hai -, pensai prima di lasciare che Morfeo mi accogliesse tra le sue braccia fatte di fantasie inconsistenti.

1 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

È un fatto scientifico che….. rilassa quindi …..

Va bene basta con le stronzate tesoro e passiamo alle cose serie.

È sempre più difficile per me commentare i capitoli di Annie, orami la sento anche un po mia e questo per quanto riguarda la sua storia è uno dei capitoli migliori e più intensi.

Qua c’è tutto la sua profonda fragilità, il suo passato, la sua voglia di andare avanti. l’amore per la sorella. Questo capitolo è lei al cento per cento.

Una ragazza fantastica di vent’anni.

E poi quello che succede… metti sotto lo stesso tetto due ragazzi giovani carini e bhe la miccia non può che saltare.

Ma non ti voglio parlare di quello, alla fine quello è solo uno step in più alla loro relazione, una cosa che sarebbe stata inevitabile, a me piace tantissimo il rapporto che loro due stanno costruendo a priori, non sarà una storia d’amore, per quello bisogna essere in due ma è innegabile che lei è entrata nella sua vita, probabilmente neanche lui sa bene come, ma Annie ormai ne fa parte.

Mi piace vedere questo jacob che in mezzo al dolore riesce a ritagliarsi sprazzi di normalità, mi piace vederlo crescere, cercare di affrontare la vita.

Mi piace come riesce a consolare annie, come capisce fin troppo bene il suo dolore.

Mi piace l’atmosfera che riesci a creare intorno ai tuoi personaggi anche nei momenti più difficili.

Soffrono. Stanno male, fanno errori ma in qualche modo il sorriso rimane sempre.

Ed è questo quello che voglio quando leggo una storia, voglio immergermi nelle sue tinte, nei suoi rumori, nelle sue atmosfere. Voglio stare bene e qua ci si riesce , ci s riesce eccome.

Riesci a essere profonda e allo stesso tempo leggera, riesci a far sognare e a far riflettere.

Sei una scrittrice e una di quelle brave e la tua storia ne è un fantastico esempio.

E io ti adoro , ti adoro e ti adoro e resto sempre qua.

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